Pianeta atenei

Per l’università la sfida del finanziamento «meritocratico» arriva all’ultimo miglio

di Stefano Paleari*

Lunedì 5 gennaio, sulle colonne del Sole 24 Ore , parlando del debutto dei costi standard nel finanziamento dell’Università italiana, sono stati sottolineati da un lato i progressi fatti nei meccanismi di finanziamento, dall’altro, il fatto che il Governo, proprio grazie alla sua azione, si sia portato davanti alle sue responsabilità. In altri termini, se nel 2008 la riforma dell’Università è stata condotta inaugurando una stagione di tagli e dicendo sostanzialmente basta a tre cose - i rettori a vita, i finanziamenti a pioggia e l’assenza di valutazione - ora sono rimasti solo i tagli. Infatti, il mandato dei rettori è unico e di 6 anni, oltre un terzo dei finanziamenti è già oggi su base competitiva (e nel 2015 si supererà il 50%) ed esiste un’agenzia di valutazione, l’Anvur, che accredita i corsi, i dottorati e l’attività scientifica di tutte le Università. Ne consegue che il Governo, peraltro dopo aver stabilito i costi standard, non può più sottrarsi a riprendere il cammino di un corretto finanziamento del sistema di educazione superiore.
A ben vedere, l’Esecutivo ha avviato anche finanziariamente un’azione. Ha cancellato in Finanziaria l’ultimo taglio previsto dalla vecchia programmazione e ha tentato di avviare un piano per i giovani ricercatori, oggi sempre più costretti a guardare altrove dopo essersi formati, e a spese della collettività, nel nostro Paese. Il problema finanziario, però, rimane purtroppo tutto intero. Nel 2015 l’Università italiana si presenta con il 20% di finanziamenti in meno del 2009 e con un organico diminuito di oltre il 15% e pure invecchiato. Non solo, per dirla sempre con quanto scritto dal Sole 24 Ore sette giorni fa, c’è il rischio che le nuove conquiste vengano messe in discussione proprio per la mancanza di risorse.
Il premier Matteo Renzi è sempre stato molto sobrio nei confronti dell’Università, sobrio ma chiaro. Proprio sollecitato dalle colonne di questo giornale durante la presentazione della Legge di Bilancio, ha detto che vuole un’Università che sia il motore della crescita economica e che sia parte della soluzione e non uno dei problemi dell’Italia.
Il traguardo dei costi standard e di un’accresciuta premialità e l’attenzione riservata dalle forze politiche all’Università durante la discussione sulla legge di Stabilità dimostrano che la risposta è stata solerte e precisa. Ecco allora che il nuovo anno si apre con una sfida per il Governo, quella di mettere in pratica i buoni propositi partendo questa volta da un’Università che ha le carte in regola. Mi permetto allora di suggerire tre cose come parte della sfida.

I giovani

Serve un’iniziativa per i giovani ricercatori. I migliori dottori di ricerca devono trovare nell’Università italiana una possibilità. Oggi, a fronte di 10mila dottori di ricerca all’anno, solo 700 trovano un’opportunità di ricerca e spesso in forme non stabili.
Basterebbe dire che il 20% migliore entra nel mondo della ricerca per dare un segnale forte e di qualità. Il Governo ha provato ad andare in questa direzione ma non ha trovato le coperture finanziarie. Bastano 100 milioni all’anno per i nostri giovani per i prossimi tre anni.

Il merito

La cultura del merito è oggi diffusa nell’Università italiana. Nel 2015 partirà la seconda valutazione dell’attività di ricerca e con essa verrà attribuita una quota crescente di fondi, fino al 30% del totale. Il finanziamento del merito non può essere sostitutivo ma deve favorire i migliori, come parte incrementale, ora che sono stabiliti per tutti i costi standard.

L’unità

Dobbiamo evitare che si ritorni a dividere il Paese, non perché si distinguono le buone dalle meno buone Università ma perché si strumentalizzano i risultati per geografia, reddito, dimensione e storia. L’Italia ha bisogno di un sistema forte e unito. Unito anche intorno alla serietà delle valutazioni e all’accettazione dei risultati. In questo senso, affinché le riforme e i trasferimenti di ricchezza siano governati, occorre che le Università si muovano all’interno di un “corridoio” caratterizzato da variazioni minime e variazioni massime. Eccessive differenze - parlo di finanziamento e turnover - possono conquistare i titoli dei giornali ma non fanno bene all’Università, nemmeno a quelle che sembrano beneficiarne.
Spero che il nostro capo del Governo sappia raccogliere anche questa sfida. Un’Università più giovane, governata dal merito e unita non può che far bene a tutto il Paese e costituire la premessa anche per una crescita economica più sostenuta e duratura.
*Presidente Crui


© RIPRODUZIONE RISERVATA