Studenti e ricercatori

Giro di vite del governo inglese sulla permanenza degli studenti non Ue. Ma quasi tutti sono contro

di Nicola Barone

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Espellere dal Paese gli studenti non Ue una volta conclusi i loro corsi di laurea? Ha smosso una valanga di critiche il piano del governo britannico annunciato alla Camera dei comuni dal ministro degli Interni Theresa May. Anche se il Regno Unito continuerà ancora ad attrarre «i più promettenti» una stretta viene comunque considerata necessaria per evitare che decine di migliaia di giovani rimangano nel Paese al termine degli studi.

Il periodo di permanenza consentito
Secondo le norme vigenti gli iscritti all’università in arrivo dal di fuori dell’Unione europea sono autorizzati a rimanere in Gran Bretagna quattro mesi dopo il raggiungimento del diploma e, in caso di impiego successivo, è possibile passare da un visto per studenti a quello di lavoratore. Una finestra temporale per alcuni già troppo breve, a confronto dell’anno di permanenza concesso da artisti da Stati come Usa, Australia e Canada. La proposta fatta da May è ora allo studio per il prossimo manifesto del partito conservatore, alla ricerca di idee di policy che riescano ad arginare il fronte populista interno dell’Ukip di Nigel Farage.

Il vespaio sollevato dal ministro May
Contraria non soltanto l’opposizione laburista, secondo cui gli stranieri portano in definitiva miliardi di investimenti nel Paese. È stata soprattutto la presa di posizione pubblica di alcuni imprenditori con interessi globali a infuocare il dibattito. Come Sir James Dyson, considerato il «re degli aspirapolveri» e a capo di un impero mondiale, convinto che il piano nuocerà all’economia, a partire dalle sue aziende che contano su ingegneri e scienziati provenienti dall’estero. «Le nostre frontiere devono restare aperte al meglio del mondo», ha scritto sul Guardian . «Diamo la nostra conoscenza, permettiamo di svilupparla in proprio, e consentiamo loro di applicarla qui, sulle nostre coste. Le idee e l’inventiva creeranno tecnologia da esportare in tutto il mondo». Nello stesso senso dell’appello si sono espresse singole personalità del mondo della cultura e l’influente organizzazione The Campaign for Science and Engineering ha stigmatizzato la proposta giudicata radicalmente in contrasto con l’impegno preso dall’esecutivo a fare della Gran Bretagna il miglior posto al mondo per il progresso della scienza.


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