Studenti e ricercatori

Tre mosse per spingere l’apprendistato ancora più in alto

di Marzio Bartoloni

I numeri sono ancora piccoli. Ma il muro che divide imprese e università si sta lentamente sgretolando anche sull’alto apprendistato, la possibilità cioè per gli studenti di conseguire un titolo di studio di secondo livello - dalla laurea ai master fino ai dottorati - alternando allo studio ore di formazione ed esperienza nelle aziende. Per ora lo stato dell’arte è quello della sperimentazione di uno strumento che vuole essere un nuovo tassello da aggiungere al già ampiamente testato apprendistato che da anni sta costruendo con qualche fatica un ponte tra formazione e impresa. Finora l’alto apprendistato - che prevede l’impiego part time dello studente in azienda con un apposito contratto che alla fine del periodo di formazione, a titolo conseguito, può trasformarsi in un rapporto a tempo indeterminato - ha coinvolto circa 700 studenti, una piccolissima goccia nel mare se si conta che nel 2013 sono stati siglati 450mila contratti di apprendistato.

Esperienze pionieristiche, dunque, frutto degli sforzi di un drappello di imprese e di alcune università “illuminate” che hanno definito tra mille difficoltà delle convenzioni ad hoc, in pochi casi sostenuti anche dalle Regioni. Tra tutte la Lombardia che già dal 2011 ha siglato un accordo con le università lombarde per favorire l’alto apprendistato anche con borse di studio. Tra le esperienze pilota va citato il Politecnico di Torino che il 12 dicembre scorso ha laureato il primo dottore magistrale in alto apprendistato, mentre negli ultimi anni sono state alcune decine quelli con dottorati e master di primo e secondo livello in alto apprendistato usciti dall’ateneo piemontese. Ancora più all’avanguardia forse è il caso di Bolzano che dal 2003 sforna decine di laureati (di primo livello) in ingegneria e informatica grazie a un consolidato rapporto con le imprese del territorio. Ogni studente trascorre 20 mesi all’università e ben 28 in impresa regolarmente stipendiati, anche se con paghe “calmierate” grazie a un accordo con i sindacati. Ai primi passi, ma sicuramente promettente, è anche l’iniziativa avviata lo scorso mese con un protocollo tra Confindustria Bari-Bat e il Politecnico di Bari che coinvolgerà le lauree magistrali in ingegneria informatica e meccanica e una quindicina di aziende pugliesi, comprese le Pmi, che si sono impegnate a ospitare in stage o tirocini formativi 20 studenti (almeno uno per azienda per 500 ore complessive minimo). Con il primo bando per gli studenti che dovrebbe partire già a gennaio.

Fin qui le esperienze positive che emergono spesso tra mille difficoltà. Perché le criticità di questo strumento che dovrebbe incentivare la tanto evocata alternanza scuola (in questo caso università) e lavoro, sono almeno tre. Innanzitutto l’alto apprendistato non è abbastanza conveniente per le imprese. Il costo del lavoro rimane ancora alto considerando che si tratta di studenti che stanno frequentando ancora percorsi di istruzione. Ci sono poi le resistenze culturali da parte dei docenti e delle università che non vanno sottovalutate. Resiste infatti ancora il dogma tutto italiano del «prima si studia e poi si lavora». Infine la solita ciliegina sulla torta: la burocrazia che si è manifestata in una iper-regolamentazione da parte delle Regioni che hanno trasformato l’apprendistato in uno strumento poco flessibile. Soprattutto nei percorsi di laurea (va meglio invece in master e dottorati che sono più adattabili alle esigenze della pratica in azienda).

Un’occasione per provare a migliorare questi aspetti potrebbe arrivare con il Jobs Act e i suoi decreti delegati. «Una prima mossa per incentivare le imprese potrebbe essere quella di non far pagare più le ore di formazione», avverte Giorgio Allulli esperto di sistemi formativi. Che suggerisce anche un intervento più «sistematico» soprattutto per rendere «più flessibile il riconoscimento dei crediti e la gestione dei curriculum degli studenti perché oggi l’università su questo fronte tende ancora a considerare gli studenti come se dovessero studiare a tempo pieno senza riconoscere le esigenze delle imprese».


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