Studenti e ricercatori

Legge di stabilità, parte il pressing per cambiare il reclutamento dei ricercatori

di Marzio Bartoloni

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La legge di stabilità approda in Senato e parte subito il pressing per le modifiche. Nel mirino, almeno per quanto riguarda il fronte università, sono finite le norme sul reclutamento dei ricercatori approvate alla Camera. Ieri sono arrivati i primi segnali importanti in questo senso dall’interno del Pd, mentre i ricercatori dell’Adi hanno scritto ai senatori della commissione Istruzione per ribadire la loro contrarietà a nome che rischiano di aumentare la precarietà tra i ricercatori. Precarietà già ai massimi livelli secondo una ricerca presentata sempre ieri in Senato dalla Flc Cgil sull’«esodo dei ricercatori».

Emendamenti in rampa di lancio
A finire sul banco degli imputati è il comma 29 dell’articolo 28 quello che cancella il vincolo contenuto nel Dlgs 49/2012 che collega il reclutamento di ricercatori a tempo determinato di tipo «b» - l’unica figura che tramite un meccanismo di tenure-track all'italiana prospetta un accesso al ruolo di professore associato - all'assunzione dei docenti ordinari. Una strada che per molti vuol dire dare un colpo mortale all’unica possibile via di stabilizzazione dei ricercatori. «Stiamo lavorando ai necessari emendamenti alla legge di stabilità per permettere alle università virtuose di sbloccare il turnover per un’iniezione di innovazione necessaria all'Università e al Paese», ha spiegato ieri la senatrice del Pd Francesca Puglisi, capogruppo in commissione Istruzione e responsabile scuola per il partito democratico. «I dati presentati dalla ricerca della Flc Cgil in Senato - spiega la parlamentare - dimostrano l’inefficacia della norma della legge 240 che legava all'assunzione di professori ordinari l’obbligo di assunzione di un ricercatore di tipo b: in questi anni il numero di assunzioni è comunque rimasto esiguo». «Il vero problema - continua - è la scarsità del numero di ricercatori rispetto agli altri Paesi Europei, causata dal blocco del turnover di Tremonti e il guazzabuglio di figure precarie dai dottori agli assegnisti, dalla distinzione tra ricercatori di tipo a e b. Oggi nelle Università ci sono troppe regole e tanta precarietà. Dobbiamo rivedere completamente lo status giuridico di chi insegna e fa ricerca nelle università, semplificando il percorso».

L’Adi scrive ai senatori
A insistere su questo punto ieri sono stati anche i ricercatori dell’Adi (l’associazione dottori e dottorandi) che hanno scritto una lettera aperta ai senatori della commissione Istruzione del Senato. L’Adi oltre a criticare i tagli al Ffo delle università - 34 milioni per il 2015 e di 32 milioni di euro all'anno a partire dal 2016 – punta il dito proprio contro l'allentamento del vincolo di reclutamento di un ricercatore a tempo determinato di tipo “b” per ogni nuovo professore ordinario. Per i giovani ricercatori il Miur elude «sfacciatamente la questione centrale posta dalla mobilitazione dei dottorandi e dei ricercatori in queste settimane: quella dell'aumento dei livelli di precarietà che ne deriverebbero» . L’Adi chiede quindi ai senatori di «segnare un punto di svolta, a partire dall'emendamento di questo Disegno di legge, per gettare le basi future di un più ampio processo di consapevole e organica riforma delle politiche di reclutamento accademico in Italia».

La ricerca della Flc Cgil
Che di troppa precarietà soffra il mondo della ricerca l’ha ribadito ieri un’indagine della Flc Cgil che avverte come negli ultimi 10 anni su 100 ricercatori precari l'Università ne ha espulsi più di 93, mentre la percentuale degli assunti è stata solo del 6,7%. Non solo: nel 2014 l'Università italiana è “dimagrita” di 2183 docenti e ricercatori: a fronte di 2324 pensionamenti, infatti, sono stati attivati solo 141 ricercatori di tipo b. Di contro sono aumentate esponenzialmente le figure contrattuali più precarie. Un esempio: gli assegni di ricerca attivati annualmente sono passati da circa 6000 nel 2004 a oltre 14.000 nel 2014. Di questi una buona parte dovrebbero arrivare a “scadenza” già dal prossimo anno (i contratti durano al massimo 4 anni) perché attivati nel 2011 con la riforma Gelmini. «In questi anni l'Università è stata letteralmente messa in ginocchio da tagli pesantissimi alle risorse per il suo funzionamento e drasticamente precarizzata mettendo a rischio la sua missione costituzionale», ha spiegato Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil.


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