Studenti e ricercatori

Afam, varato il cantiere ora la sfida è il riordino dell’intero settore

di Luisa Ribolzi

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Nei giorni scorsi è stato finalmente varato il “cantiere” sulle Afam preannunciato dal ministro Giannini nel suo discorso di insediamento, come segno concreto del suo interesse per questo troppo trascurato settore, e penso che sia utile fare un punto sulla situazione per i non addetti ai lavori, cioè la maggior parte dell'opinione pubblica.

Geografia dell’Alta formazione
Innanzitutto, non mi sembra inutile precisare che Afam significa “Alta formazione artistica e musicale”. Il settore comprende circa 140 istituzioni fra accademie di belle arti statali (20), accademie di belle arti legalmente riconosciute (24) conservatori (54) istituti musicali pareggiati (21) Isia (4), più l’Accademia nazionale per la Danza, l’Accademia di arte drammatica e un certo numero di accademie che – prodigi della burocrazia – non sono legalmente riconosciute, ma sono autorizzate a rilasciare titoli legalmente riconosciuti. Mi scuso per questo apparente eccesso di pignoleria, ma il puro e semplice elenco delle componenti dà già un’idea della complessità del settore, che nel dicembre del 1999, con la legge 508, è stato immesso indifferenziatamente e immantinente nell’alta formazione, con l’equipollenza dei titoli alle lauree triennali e quinquennali, equipollenza che con la legge di stabilità del 2013 è stata estesa anche ai titoli già rilasciati, immettendo sul mercato del lavoro in un sol colpo circa centomila nuovi laureati, come sempre senza alcuna distinzione fra tipologie.

I meandri della normativa
Abbiate pazienza, e seguitemi ancora nei meandri della normativa. Il comma 7 dell’articolo 2 della medesima legge prevedeva che fossero emanati dei regolamenti per stabilire tutta una serie di requisiti delle Afam, dagli standard alle caratteristiche della docenza ai criteri per la valutazione. Ne è stato emanato uno solo, nel 2005, (il decreto 212) relativo alla didattica. Fra due mesi si compiranno i quindici anni da una legge che riforma un settore cruciale dell'alta formazione, tra i non moltissimi in cui per storia e per tradizione l'Italia può godere di una situazione di prestigio internazionale (non per nulla la percentuale di studenti stranieri sia nei corsi tradizionali, come canto e pittura, sia in quelli innovativi come fashion e musica elettronica, è molto più alta che nelle università), ma di questa legge non esiste la parte applicativa.

Senza regole e merito
La mancanza di una regolamentazione, oltre a rendere problematica la valutazione, l'esistenza di standard minimi di qualità e il passaggio dall'una all'altra istituzione, permette la sopravvivenza di strutture e processi del tutto inadeguati: ad esempio, le Afam hanno ereditato dalla scuola secondaria superiore il sistema delle graduatorie, che ha esiti particolarmente funesti in una didattica “faccia a faccia”, come quella dei conservatori, basata sul rapporto fra allievo e maestro, ed è invece impossibile scegliere la docenza con criteri di qualità, tanto che musicisti famosi in tutto il mondo (l'aneddotica è vastissima) vengono sostituiti da docenti il cui unico merito accertato è quello di essere in coda da un paio di decenni.

Mosaico incompiuto
Dei due organismi che avrebbero dovuto («nelle more della normativa»…) garantire la qualità dei nuovi corsi, uno – il Cnam, che valuta la coerenza dei curricoli – non è più stato rinnovato dal febbraio del 2012; l’altro, il Cnvsu, che valuta l’adeguatezza della docenza e delle strutture, è stato sostituito dall'Anvur, che può certamente fornire un parere per analogia con l’università ma, a differenza dall’università, non dispone di alcun punto di riferimento per formulare i propri giudizi, se non forse un minimo di buon senso. Ne consegue che nella generale anarchia sono presenti alla pari istituzioni che erogano una formazione realmente di livello universitario, con una produzione artistica e didattica di tutto rispetto; istituzioni che erogano una formazione di ottima qualità, ma che non ha i caratteri della formazione accademica ed è piuttosto da considerare come formazione artistica superiore; e infine istituzioni (non la maggioranza, ma nemmeno un numero irrilevante) che erogano una formazione di qualità scadente. Una corretta informazione sarebbe fondamentale sia per gli utenti, che potrebbero scegliere in base a precise garanzie, sia per le istituzioni serie, che verrebbero tutelate da una concorrenza impropria che eroga titoli di pari valore, ma non certo di pari qualità. Se questi sono i tre punti cruciali (mancanza di un regolamento, impossibilità di fare una reale valutazione delle istituzioni, sistema inadeguato di selezione e reclutamento dei docenti e dei dirigenti), altri se ne possono aggiungere: la rigidità nella possibilità di modificare i corsi, chiudendoli ed aprendoli in relazione al mutare della domanda, la mancanza di un effettivo settore post laurea, il fatto che non esista differenziazione fra istituzioni che erogano l'intera filiera della formazione e quelle che si limitano al primo livello e infine, per i conservatori (problema finora affrontato in modo del tutto inadeguato, o quantomeno privo di conseguenze operative) il problema della formazione musicale non collegata alla formazione scolastica, il cosiddetto “preaccademico”. Tutti temi che sono emersi in un anno e mezzo di lavoro con un gruppo di esperti interni e in una quindicina di incontri con le istituzioni, che hanno anche sottolineato che accanto ai punti comuni era necessario un lavoro di individuazione delle problematiche specifiche dei due settori, musicale e delle arti visive.

Cantiere aperto
Il programma di lavoro del cantiere è ancora più oneroso, in quanto comprende la governance (si spera in bene, visto che in venti mesi il governo non è stato in grado nemmeno di riavviare il Cnam), la razionalizzazione dell’offerta formativa secondo precisi criteri e indicatori di accreditamento (magari distinguendo fra iniziale e permanente e indicando oltre ai criteri i soggetti che faranno l’accreditamento e il finanziamento relativo, visto che si tratta di circa 140 istituzioni), l’avvio dei dottorati (quanti e dove?), nuove regole per la distribuzione del finanziamento ordinario, con l’individuazione di quote premiali crescenti (magari prima sarebbe opportuno fissare gli obiettivi formativi attesi). Ancora, il nuovo stato giuridico del personale e la valorizzazione delle rispettive (?) specificità, principi su cui sarà predisposto il nuovo regolamento sul reclutamento del sistema Afam (quello che aspettiamo da quindici anni).

Agenda fittissima
Il cantiere si occuperà anche della valorizzazione e valutazione dei titoli artistici, della mobilità studentesca e dei processi di internazionalizzazione dell'offerta formativa. Il tutto dopo aver sentito gli stakeholder esterni, tra cui i primi otto (le conferenze dei direttori e dei presidi di accademie e conservatori, il coordinamento delle accademie non statali, le tre consulte degli studenti) riesce difficile definirli come esterni, così come l'Anvur e il Cun. Restano le personalità del mondo della cultura, fra cui si auspica che siano presenti anche rappresentanti di tutte quelle professioni “intorno all'arte” che costituiscano oggi lo sbocco preferenziale dei diplomati Afam. Un compito veramente gravoso, in uno spazio di tempo così limitato che induce a temere o la riproposizione di modelli già esperimentati con esiti poco fruttuosi, o la fuga in avanti verso un improduttivo libro dei sogni, o peggio ancora un discorso generico troppe volte sentito. Ma le commissioni si valutano da quel che producono, e quindi mi sembra giusto non solo rimandare qualsiasi giudizio, ma formulare un augurio di buon lavoro. Il sistema delle Afam, e il mondo artistico italiano, ne hanno un grande e urgente bisogno.


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