Studenti e ricercatori

A metà tra geopolitica e sondaggio reputazionale: le classifiche continuano a far discutere

di Alessandro Schiesaro

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Dopo Shangai e QS, l'uscita della classifica delle università curata dal Times Higher Education conclude il campionato internazionale dei ranking 2014. Di campionato del mondo ormai si tratta: le classifiche nascono e prosperano soprattutto come termometro di una geopolitica internazionale della “knowledge economy”. Quest'anno, per esempio, il THE annuncia che «il potere si sta concentrando» nel sud-est del mondo, a scapito di Gran Bretagna, Usa e Canada. La Russia ritorna tra i top 200, un obiettivo che per ora l'India non consegue. Migliora la Turchia, si rafforza la Germania, e così via. A un certo grado di generalizzazione, naturalmente, alcuni di questi trend sono noti da tempo: è un fatto che paesi come Singapore, per citarne uno solo, hanno investito massicciamente nello sviluppo della ricerca avanzata, con risultati di rilievo.
Il problema, al solito, è cosa e come i rankings decidono di misurare. THE adotta una metodologia più complessa rispetto a Shangai, ma basta gettare lo sguardo all'interno dei 13 indicatori di performance «accuratamente calibrati» per rendersi conto che questi confronti «esaustivi ed equilibrati» sono pur sempre il frutto di scelte arbitrarie e discutibili. Prendiamo la qualità dell'insegnamento, che potrebbe influenzare molto, a ragione, le scelte di studenti e famiglie. Shangai, portando la semplificazione all'estremo, la giudica sulla base del numero dei premi Nobel e delle medaglie Fields (il Nobel della matematica) che si sono laureate in ciascun ateneo. Nella classifica THE la qualità dell'insegnamento è misurata sulla base di cinque indicatori distinti, ma su tutti svettano, con un impatto molto forte (il 15% del risultato finale), gli esiti di un questionario cui hanno risposto 10.000 accademici in tutto il mondo. Il ranking, insomma, si fa sondaggio reputazionale, con il rischio, tra l'altro, che i risultati di classifiche precedenti influenzino la percezione della qualità, soprattutto in rapporto a situazioni delle quali gli intervistati non possono avere una conoscenza personale approfondita.
È un peccato che i fondamenti metodologici dei rankings restino assai dubbi, perché il THE promuove per la prima volta un’istituzione italiana sui generis, la Scuola Normale Superiore, tra i primi cento al mondo, collocandola al 63mo posto (l'anno scorso non era neppure entrata in classifica). Nel complesso i risultati del nostro paese restano più o meno in linea con quelli delle altre classifiche: una sola università tra le prime 200, ma otto tra il 200mo e il 300mo posto (Trieste, Milano Bicocca, Pavia, Salento, Trento, Torino, Milano e Bologna) e altrettante tra il 300mo e il 400mo, incluse alcune che si erano meglio piazzate in altre classifiche: Padova, Pisa, Politecnico di Milano, Roma Sapienza, Bari, Ferrara, Firenze e Roma Tre.
La sfiducia nelle classifiche fa guardare con maggior attenzione a esercizi di ricerca e analisi dei dati che, senza aspirare a una presunta scientificità, forniscono indicazioni utili. In Gran Bretagna, per esempio, il National Student Survey –una raccolta a livello nazionale delle opinioni dei laureandi- costituisce da quasi dieci anni un barometro delle preferenze e delle critiche espresse dai diretti interessati. Non consente di giocare all'emozionante risiko globale promesso dalle classifiche più ambiziose, ma almeno rappresenta la voce di chi nell'università ha studiato in prima persona.


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