Studenti e ricercatori

La laurea in chimica è un passepartout per il lavoro, il nodo resta la precarietà

di Marzio Bartoloni

S
2
4Contenuto esclusivo S24

È come una formula chimica che riproduce sempre lo stesso risultato: chi pensa di iscriversi a una laurea magistrale in chimica ha la certezza, quasi al 100%, di trovare lavoro. A dirlo è uno studio ad hoc realizzato da AlmaLaurea a partire dall'analisi dei dati del XVI Rapporto sulla Condizione occupazionale dei laureati realizzato dal Consorzio. I numeri, si sa, non mentono: i laureati magistrali in chimica secondo l'indagine non sono solo mediamente più brillanti, in termini di voto medio di laurea e durata degli studi, rispetto ai colleghi di altri percorsi disciplinari, ma anche più occupati e e con guadagni più alti fin da subito.

Pià alta la percentuale di occupati e stipendi pesanti
Per chi si iscrive a chimica le performance lavorative sono buone già a un anno dalla laurea quando la percentuale di occupati è decisamente superiore alla media nazionale: lavorano 80 laureati su cento contro i 70 del complesso, senza particolari differenze per classe di laurea. Nel lungo periodo il tasso lievita ancora: a cinque anni tocca la quasi totalità dei laureati magistrali, il 91% contro l'87% della media, con punte pari al 93% tra quelli in scienze e tecnologie della chimica industriale. E in termini di guadagno come sono messi i chimici? A un anno dal titolo magistrale, in tasca hanno un guadagno mensile netto pari a 1.126 euro, un po' più alto della media di 1.038 euro, ma con punte di 1.257 per i laureati in scienze e tecnologie della chimica industriale. A cinque anni si accentua la differenza, 10% in più rispetto alla condizione nazionale: la retribuzione dei chimici tocca infatti quota 1.500 euro netti mensili, raggiungendo i 1.574 per i laureati in scienze e tecnologie della chimica industriale. La fotografia scattata da AlmaLaurea non lascia dubbi: i laureati in chimica non solo lavorano in misura maggiore, ma guadagnano di più e soprattutto svolgono un'occupazione attinente al loro profilo. Già a un anno, infatti l'efficacia della laurea si fa sentire e riguarda il 58% degli occupati, contro il 44% della media. In testa i laureati in scienze chimiche, 59%, contro il 56% dei colleghi di scienze e tecnologie. A cinque anni, il valore si amplifica: riguarda il 64% dei chimici, nello specifico 67% per scienze chimiche e 54% per scienze e tecnologie della chimica industriale. E gli ambiti lavorativi? Pochi ma buoni: lavorano soprattutto nel ramo della chimica e dell'energia (40%) ma anche nel settore dell'istruzione e della ricerca (20%).

Il nodo della stabilità dell’occupazione
Resta il neo della stabilità lavorativa: i cosiddetti contratti a tempo indeterminato e le attività autonome vere e proprie restano una nota dolente anche per loro.
Così a un anno dalla laurea il lavoro stabile, che a livello nazionale registra tassi del 35%, coinvolge solo il 17% dei laureati magistrali in chimica. A marcare lo scarto è la minore diffusione di un po' tutte le tipologie di contratto: lavoro autonomo (4% contro il 9%) e tempo indeterminato (13% contro 26%). Di contro, il 40% di loro è occupato con un contratto a tempo determinato (contro il 23,5% della media). Una percentuale che resta elevata anche a cinque anni dal titolo (22% contro 13%), quando il lavoro stabile interessa il 54% contro il 73% del complesso. A compiere il salto in avanti in questo caso sono soprattutto i contratti a tempo indeterminato, 50% dei chimici contro il 52,5% nazionale, mentre resta al palo il lavoro autonomo, 3% contro addirittura il 20% del complesso dei laureati magistrali. Se poi aggiungiamo anche i dottori di ricerca in chimica i dati migliorano ancora. Prima di tutto perché a cinque anni dalla laurea sono oltre un terzo i chimici che hanno concluso un corso di dottorato di ricerca, una percentuale elevata se si considera che per il complesso dei laureati magistrali è inferiore al 10%. E poi c'è il guadagno: sempre a cinque anni, la retribuzione media dei dottori di ricerca supera i 1.650 euro netti mensili (+12% rispetto ai colleghi chimici che non lo hanno svolto). Anche rispetto alla stabilità i dottorati di ricerca che, coerentemente con gli studi fatti, lavorano per lo più nel campo dell'istruzione e della ricerca (41%), sono penalizzati: causa, ancora una volta, la minor permanenza nel mercato del lavoro. Così a cinque anni dalla laurea, il lavoro stabile riguarda solo un quarto dei dottori di ricerca e addirittura due terzi dei chimici che non hanno svolto il dottorato.


© RIPRODUZIONE RISERVATA