Studenti e ricercatori

Il futuro? Fondi mirati sulla base delle performance di qualità degli atenei

di Gianni Trovati

Come i castelli dei romanzi gotici, l’università italiana è piena di fantasmi. Lo sono, prima di tutto, gli oltre 300mila studenti che sono presenti nelle liste degli iscritti, ma non appaiono praticamente mai a un appello d’esame: sono dappertutto, ma in alcuni atenei raggiungono percentuali da capogiro fin quasi a sfiorare il 50% degli iscritti come accade a Foggia o a Benevento (dati Anvur). Gli studenti, però, stanno diventando incorporei anche nei criteri di distribuzione della «quota premiale», cioè di quella parte del Fondo di finanziamento ordinario che tocca a ogni università sulla base delle proprie performance di qualità.

L’atto di coraggio del ministro Giannini
Quest’anno, con un atto di coraggio che sta facendo storcere il naso a pezzi del mondo universitario, il ministro Giannini ha deciso di dedicare ai «premi» 1,22 miliardi, il 50% in più dell’anno scorso, ma nella girandola dei parametri gli studenti sono quasi spariti: “valgono” 121 milioni, invece dei 240 milioni promessi nella lettera di fine luglio scritta dal ministro alla Crui e invece dei 280 del 2013, ma solo se hanno sostenuto qualche esame all'estero, mentre se rimangono in Italia non contano nulla. L’orizzonte internazionale (che è qualcosa di più complesso dell’Erasmus) è importante, certo, ma cancellare del tutto i parametri legati all’attività degli studenti nelle loro università italiane (oltre a dimenticare definitivamente i criterio legati agli esiti occupazionali e ai giudizi dei laureandi sui corsi frequentati, previsti dalle leggi e mai applicati) è forse una scelta troppo drastica. A motivarla non basta l’altro atto di coraggio (perché tale è, da noi, applicare davvero qualcuna delle riforme scritte in «Gazzetta Ufficiale») rappresentato dall’introduzione effettiva dei costi standard. Il meccanismo individuerà il finanziamento da attribuire a ogni università in base al rapporto fra le attività che offre e gli studenti che serve, considerando però solo gli studenti regolari: un disincentivo evidente alla proliferazione dei fuori corso, fra cui ci sono i tanti studenti che si presentano solo all'ufficio iscrizioni.

Scelta da affinare nel tempo
La scelta è corretta, ma per essere davvero efficace merita di essere affinata nel tempo. Nelle nostre università, per esempio, esistono anche gli studenti lavoratori, che dedicano solo una parte del tempo a libri ed esami e quindi finiscono spesso fuori corso. In tutta Europa, Italia compresa, esiste l’iscrizione part-time, che permette di considerare la loro condizione (e di far pagare meno tasse d'iscrizione a chi utilizza solo una parte dei servizi universitari), ma è quasi ignorata dai nostri atenei. L’arrivo dei costi standard è l’occasione giusta per rimediare. Parecchi fantasmi, infine, infestano anche i ruoli docenti: sono i professori che da anni non pubblicano nulla, e raramente salgono in cattedra, magari perché impegnati in più “soddisfacenti” attività professionali. La Valutazione della ricerca ne ha stanati parecchi, ma l’anagrafe dei docenti prevista da anni dalla legge ancora non c’è. È un fantasma anche lei.


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