Studenti e ricercatori

Iscriversi all'università? Negli Usa è un investimento che vale 300mila dollari

di Alberto Magnani

L'università non è Wall Street, la laurea non è un'obbligazione, gli studi non sono solo tasse, statistiche sul lavoro e salari medi a cinque anni dal titolo. Ma iscriversi a qualsiasi corso di laurea, nel 2014, è un investimento. E va gestito con cura. Qual è il "costo-opportunità" di una laurea? Che rischi ci sono? Perché un titolo universitario in curriculum fa la differenza in un mercato che sembra sempre più sbilanciato sui lavori meno qualificati e/o meno pagati? Il Liberty Street Economics, il blog della Federal Reserve di New York, ha spiazzato le previsioni più pessimistiche sul "tramonto dei college" evidenziando come il valore di una laurea americana sia volato dagli 80mila dollari di trent'anni fa agli oltre 300mila di oggi. A condizioni ben definite, però: finire nei tempi previsti, tenere a bada il rischio default nei risarcimenti di prestiti da quasi 30mila dollari a studente, non illudersi che sia solo il titolo a fare breccia nella ripresa a singhiozzo dell'occupazione americana... E in Italia? Quanto "rende" laurearsi nel 2014?

Quanto "vale" la laurea
L'indagine del blog Fed di New York, firmata da Jaison Aibel e Richard Deitz, mostra con «pura matematica» che il valore di una laurea negli Stati Uniti si conserva da più un decennio ai suoi massimi storici: 300mila dollari. Il saldo finale è ricavato dal rapporto tra costi e benefici degli anni di studio universitari, "convertiti" in un unica stima finanziaria dal principio del valore attuale netto: la differenza tra il valore attuale dei flussi di cassa attesi (quanto si guadagnerà dopo la laurea) e la somma investita per generarli (tasse, spese varie, anni "sottratti" al lavoro per completare gli studi...). Nel caso dell'Italia, il valore aggiunto degli studi universitari è fornito dai dati Istat e Ocse riportati da AlmaLaurea nel suo XVI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. La condizione lavorativa e retributiva di laureati si conferma migliore rispetto a quella di chi si è fermato al diploma di scuola secondaria: tasso di occupazione superiore del 13% (75,7% contro 62,2%), stipendio su 48% nell'intera fascia dai 25 ai 64 anni (46,5% secondo una più recente stima Ocse).

Laurearsi in ritardo costa di più
Laurearsi costa. Laurearsi in ritardo costa di più e, in media, fa guadagnare meno rispetto ai colleghi in regola. Il principio è evidenziato dalla ricerca Fed nello scarto retributivo tra i "graduates" che hanno concluso il college nei quattro anni stabiliti e quelli che hanno impiegato qualche semestre in più: 45.500 dollari a 25 anni compiuti per chi è rimasto nei tempi, 43mila per chi ha perso un anno, 40mila per chi ha tardato di due. Cioè, rispettivamente, dai 2.500 ai 5mila dollari in meno già a inizio carriera, con un divario che rischia di dilatarsi nel resto della propria vita professionale. In Italia, a parità di condizioni, una tra le prime voci che si verificano in curriculum sono proprio i tempi di completamento degli studi: una laurea nei tempi esatti viene valutata di più rispetto a quelle un po' troppo "elastiche" sulle scadenze ordinarie. Soprattutto se la puntualità rischia di diventare un'eccezione stastica: la percentuale dei laureandi in corso è pari al 41% per i corsi triennali, appena il 34% per quelli a ciclo unico e un po' più incoraggiante (52%) per i bienni magistrali.

I benefici si pesano dal confronto con le alternative
Il tasto più dolente, da un lato all'altro dell'Atlantico, sono sempre le spese. Negli Stati Uniti per l'incognita di una bolla di debiti studenteschi che si è gonfiata oltre i 1000 miliardi di dollari. In Italia, per timore (ancora) più diretto: vale la pena investire in un titolo universitario, se i lavori qualificati soffrono come e più di altri la crisi? In altre parole, non si rischia di perdere quello che si poteva investire altrove per studi senza sbocchi diretti nell'impiego? La laurea, si è visto sopra, ha un valore "intrinseco" che è rimasto tale anche nel vivo della crisi. Ma esistono alternative extra-universitarie che rispondono ai diplomati in cerca di una formazione terziaria non-accademica: è il caso degli Istituti tecnici superiori, le scuole ad alta specializzazione in settori differenziati come effficienza energetica o tecnologie per il Made in Italy. La percentuale di assunzioni dei diplomati, per ora, è pari a quasi il 65%. La laurea non è un'assicurazione contro la crisi del lavoro giovanile. Ma in piena recessione, può offrire un'ancora in più : tra 2007 e 2013, secondo dati Almalaurea, il differenziale tra il tasso di disoccupazione di neolaureati e neodiplomati è cresciuto dal 2,6% all'11,9%. Il vantaggio è garantito da quello che i ricercatori Fed riassumono in un principio che si presta bene anche fuori dagli Stati Uniti. Italia inclusa: «Il beneficio economico di una laurea è guidato dal confronto con le alternative, cioè quello che non si potrebbe fare senza una laurea. Non dal livello dei guadagni che i laureati, in assoluto, ricevono rispetto al passato».


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