Studenti e ricercatori

Ecco perché la laurea resta una garanzia contro la disoccupazione

di Andrea Cammelli*

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Per l'Europa, e ancor di più per l'Italia, sono anni difficili sul piano economico e su quello occupazionale. Col perdurare della crisi, nei Paesi dell'Ue la disoccupazione nel 2013 è salita al 10,9%. In Italia si è sfiorata quota 13%. E i giovani continuano a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione tra gli under 29 è di oltre il 28%. In questo contesto, occorre più che mai fare chiarezza, sfatando alcuni falsi miti. La sensazione è che negli articoli comparsi recentemente sui quotidiani nazionali relativi ai finanziamenti alle università italiane non si tenga conto di diversi aspetti che possono invece aiutare a comprendere anche la scarsa capacità di valorizzazione del capitale umano palesata dal nostro Paese. Si tratta di aspetti e questioni che stanno condizionando la capacità di ripresa della nostra economia e le sue prospettive di crescita a lungo termine.
1) Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, la Francia spende 175; la Spagna 180; la Germania 207; la Svezia 225 (fonte Ocse, 2013; la spesa è in dollari a parità di potere d'acquisto).
2) La spesa pubblica e privata per Ricerca e Sviluppo come percentuale del Pil in Italia è 1,26 (0,68 sostenuta dalle imprese); in Spagna è 1,39 (0,72 sdi); nel Regno Unito 1,80 (1,10 sdi); in Francia 2,24 (1,41 sdi); in Germania 2,80 (1,88 sdi); in Svezia 3,39 (2,33 sdi).
3) La popolazione italiana di 25-34 anni con istruzione universitaria è del 21 per cento! La media dei paesi UE21 è del 36 per cento (39 per cento fra i Paesi dell'Ocse. La Commissione Europea ha fissato l'obiettivo del 40 per cento di laureati nella fascia 30-34 anni per l'anno 2020; il Governo italiano ha rivisto l'obiettivo puntando al massimo al 26-27 per cento.
4) Fra il 2007 e il 2012 in Italia la quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione (secondo la classificazione internazionale, la definizione comprende 1. legislatori, imprenditori ed alta dirigenza; 2. professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione); è scesa al 17% mentre in tutta l'Ue è cresciuta da poco più del 21 per cento al 24 per cento (Fonte Eurostat).
5) Gli occupati con qualifica di manager con la scuola dell'obbligo o titolo inferiore, in Italia sono il 28 per cento contro l'11 per cento della Ue, il 5 per cento della Germania, il 13 per cento del Regno Unito e il 19 della Spagna. I manager con laurea o titolo superiore mentre nell'Ue sono il 53 per cento, e nessun paese scende sotto il 51 per cento, in Italia sono solo il 24 per cento (Fonte Eurostat 2012).
6) Secondo le stime di AlmaLaurea, che si occupa ormai da 20 anni di analisi del sistema universitario, soltanto il 30 per cento dei 19enni si iscrive alle università, provenendo da famiglie più favorite. Il restante 70 per cento dei giovani non accede agli studi universitari spesso per l'assenza di una seria politica del diritto allo studio.
7) In questo contesto la disoccupazione per età e titolo di studio, pur confermando che, nella fase di ingresso, tutti i giovani italiani, laureati inclusi, incontrano difficoltà maggiori che in altri paesi, dimostra per altro verso, che nell'arco della vita lavorativa, la laurea continua a rappresentare un forte investimento contro la disoccupazione.
Da questo punto di vista, è evidente, come dimostrano le indagini AlmaLaurea, che la laurea tutela i giovani sul mercato del lavoro più del solo diploma. E i laureati godano di vantaggi occupazionali ancor più ampi nelle fasi congiunturali negative. Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 a 11,9 punti a favore dei primi.
Con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la condizione occupazionale dei laureati tende, tra l'altro, complessivamente a migliorare. La conferma arriva dai dati dell'ultimo rapporto AlmaLaurea: a cinque anni, l'occupazione, indipendentemente dal tipo di laurea, è prossima l 90, la disoccupazione è pari all'8%, la stabilità del lavoro (ovvero la quota di occupati impegnati in attività lavorative autonome effettive o con contratti a tempo indeterminato) coinvolge 3 occupati su 4, le retribuzioni sfiorano 1.400 euro netti mensili. Non dobbiamo dimenticare che, il nostro è infatti un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento lavorativo e di valorizzazione del capitale umano, ma di sostanziale efficacia nel lungo termine.
Siamo quindi un Paese che avrebbe bisogno di più laureati, non il contrario, come spesso si crede. È evidente quindi che per uscire dalla crisi il nostro Paese deve puntare innanzitutto sull'energia e la motivazione delle nuove generazioni, essenziali per generare quella spinta al cambiamento e all'innovazione richiesta dal contesto socio-economico. Occorre gratificare la competenza, piuttosto che continuare a premiare l'anzianità di servizio. Il ritardo che dobbiamo scontare non è marginale. In questo contesto, gli strumenti messi a disposizione da AlmaLaurea, grazie a analisi tempestive, continue e affidabili, sono fondamentali perché nascono dal presupposto che serve "conoscere per deliberare".
Siamo in periodo di carestia, è vero, ma non dimentichiamo che anche in periodo di carestia, il contadino taglia su tutto ma non sulla semina. E la semina deve essere effettuata con la dovuta cura, Plutarco ripeteva: «I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere».

* Direttore e fondatore di AlmaLaurea


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