Personale della scuola

Obbligo vaccini, il 44% dei cittadini si informa on line e sui social

di Barbara Gobbi

Non si tratta di orientarsi in via generica, ma di cercare una vera e propria guida sulle decisioni da prendere. Questo è l'approccio prevalente tra le persone - per lo più genitori, visto che la fascia d'età è media (30%) e prevale un pubblico femminile – che guardano ai vaccini su Internet e sui social. In particolare, Twitter e Facebook, dove si concentra il 60% delle menzioni, a fronte del 40% relative ai siti web e dove a prevalere è l'informazione di tipo generalista con l'85% delle menzioni, mentre appena il restante 15% è riconducibile alla rete.

A tracciare un primo bilancio, analizzando i comportamenti degli utenti nei tre mesi immediatamente successivi all'entrata in vigore della legge sull'obbligo vaccinale (dal 1° agosto al 10 ottobre scorsi), è l'Health Web Observatory, che a Roma ha presentato la ricerca "I vaccini per l'infanzia sul web", realizzata sulla base di un "social media listening" con il contributo incondizionato di Sanofi Pasteur, che proprio per far emergere buone pratiche e promuovere una corretta informazione, con il contest #PerchéSì va a caccia di campagne d'informazione d'eccellenza realizzate da operatori di sanità pubblica.

I social come guida pratica ai vaccini
L'informazione sui social stravince rispetto a quella di siti di giornali, istituzionali o scientifici (appena il 5%): Internet, Facebook e Twitter diventano uno strumento-guida per gli utenti, che vanno molto sul pratico: cercano la lista vaccini obbligatori, dove poter vaccinare i propri figli o cercano il testo della legge. Fondamentale appare il ruolo degli influencer - spiega Ketty Vaccaro, presidente dell'Health Web Observatory - dal momento che capacità di penetrazione e diffusione dei messaggi non appare necessariamente legata al volume di post generati: agli esperti è riconducibile solo l'1% del totale dei post generati sui due principali social, ma la loro capacità di diffusione raggiunge l'11% del totale, subito dopo la stampa generalista. I più attivi sono cittadini "comuni", a cui fa capo il 37% dei post generati, seguiti da "no vax" (31%) e stampa generalista (25%). Ma se si considera il potenziale pubblico raggiunto (circa 187 milioni di persone nel periodo di rilevazione per circa 2,7 milioni di utenti al giorno) è la stampa generalista, in terza fila per post generati, ad avere un ruolo più rilevante per la possibilità di contare sul pubblico potenzialmente più consistente. L'Italia è disomogenea anche quando si analizza la ricerca di informazioni in rete e sui social media: la Regione con il maggior numero di ricerche del termine "vaccino" è il Friuli Venezia Giulia, seguita da Valle d'Aosta, Marche, Lazio e Veneto.

Il "sentiment" è negativo
Quanto al "sentiment" che emerge, cioè l'analisi dell'opinione, esso è prevalentemente negativo (44% delle menzioni), a fronte di un 40% neutrale e di un 16% positivo. Anche se gli esperti sottolineano come le menzioni più popolari nei due canali social più rilevanti - oltre 3,3 milioni di utenti su Twitter e 1,1 milioni su Facebook - siano positive. Il dato di fatto però c'è tutto ed è evidente: il pubblico predilige la comunicazione tra pari e una sorta di autodidattica all'informazione sui siti istituzionali. «Anche per fronteggiare questo fenomeno – spiega il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi – abbiamo attivato il portale IsSalute, dedicato tra l'altro a smascherare le tante bufale che circolano in rete. Ma in generale siamo molto contenti dei risultati della legge: mentre in Europa, dalla Grecia al Portogallo alla Romania, è in corso una nuova epidemia di morbillo, in Italia grazie all'obbligo abbiamo ridotto l'incidenza del morbillo al 10% rispetto all'anno scorso. Il prossimo obiettivo ora sono le vaccinazioni anti-influenzali, soprattutto tra gli anziani, e quella degli operatori sanitari. Ma insieme va affrontato il problema cruciale della formazione degli operatori sanitari: l'Italia è tra i pochi Paesi a non avere un sistema di verifica della formazione continua e dell'aggiornamento degli operatori. Dopo la laurea e la specializzazione, si resta medici a vita senza "tagliandi" e questo è inaccettabile». Conferma il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Claudio D'Amario: «La maggior parte degli allarmi veicolati dal numero verde 1500, attivato per spiegare la legge e orientare i cittadini, derivavano proprio dalla inesatta informazione da parte della Asl, dalla mancanza di dialogo tra strutture sanitarie e dal mancato coinvolgimento del pediatra e del medico di famiglia, che dovrebbero essere i primi "influencer" reali».


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