ITS e imprese

Filiera formativa a tassazione zero

di Eugenio Bruno Claudio Tucci

Che la crescita passi anche (e soprattutto) dagli investimenti in formazione è un dato consolidato. Altrettanto consolidato è il ritardo del mondo dell’istruzione nel “modellare” competenze subito spendibili sul lavoro. Come dimostra il tasso di disoccupazione giovanile che, seppur in calo, si attesta al 32,2% (peggio di noi, solo Grecia e Spagna); e i tempi record per inserirsi in azienda (in Italia 14 mesi dall’acquisizione del titolo, in Ue l’attesa è di circa la metà).

Numeri che, se letti in abbinata al forte mismatch tra domanda e offerta ( ogni anno si contano circa 60/70mila profili tecnici “introvabili”); e al penultimo posto del Belpaese nella classifica Ue per numero di laureati, impongono, a tutti, nuovo Governo in primis, un «deciso cambio di rotta».

È ragionando su questi dati e priorità che, ieri, al tavolo delle Assise di Confindustria, intitolato «Prepararsi al futuro», si sono discusse le proposte degli industriali per far decollare il link scuola-lavoro. L’idea forte è quella di inserire i ragazzi in un’unica filiera formativa, azzerando gli oneri fiscali e contributivi sull’intero percorso che inizia con l’alternaza e arriva all’apprendistato. Magari introducendone un quarto tipo (ribattezzato «work up 4.0») riservato a giovani assunti da imprese che attuano investimenti nell’ambito del 4.0. Nello stesso solco si inserisce la proposta di spingere sugli Istituti tecnici superiori post diploma che già oggi vantano un tasso di occupabilità dell’80%. Stanziando le risorse che consentano di trasformare gli Its in «Smart Academy»e adeguare la loro offerta formativa alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie.

Per vincere la sfida della modernità occorre poi rilanciare quell’autonomia scolastica che sulla carta esiste da quasi un ventennio. Come? Consentendo agli istituti, che ne facciano richiesta, di avere libertà di scelta su curricula personalizzati, reclutamento, organizzazione dei tempi di insegnamento e un budget a geometria variabile integrabile con fondi privati. Autonomia che va rafforzata anche per le università. Aprendo le porte ai docenti, anche stranieri, in deroga alle norme farraginose sui concorsi nazionali. Vista anche la falsa partenza e lo svuotamento finanziario subito dalle cattedre Natta che puntavano proprio a questo.


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