Personale della scuola

Dirigenti pubblici, il nuovo contratto riscrive gli stipendi

di Gianni Trovati

C’è anche la «semplificazione» della busta paga nell’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto dei dirigenti pubblici, che dovrebbe produrre aumenti a partire da 120 euro al mese nello stipendio “base” (il tabellare). L’atto di indirizzo, cioè il documento che apre il confronto sui rinnovi contrattuali e ne fissa le istruzioni, è ora al ministero dell’Economia per l’esame preliminare; a breve, insomma, si dovrebbero aprire i tavoli all’Aran.

Ma il dato principale risiede già nella “comparsa” dell’atto di indirizzo, perché dopo la firma degli accordi su statali e sicurezza, e l’apertura dei tavoli per scuola, sanità ed enti territoriali, il rinnovo contrattuale dei 156mila dirigenti pubblici sembrava sparito dai radar. Al punto che lunedì scorso l’Unadis, l’Unione nazionale dei dirigenti dello Stato, aveva convocato un’assemblea pubblica a due passi da Palazzo Chigi annunciando una «mobilitazione» inusuale per i vertici Pa.

Il confronto, insomma, è pronto per iniziare, anche se non si annuncia semplicissimo. Nell’atto di indirizzo, che riguarda le amministrazioni centrali ma come sempre detta linee destinate a ripetersi anche negli altri comparti, accanto ad alcuni grandi classici come la richiesta di selezioni trasparenti e di una valutazione più ancorata ai risultati effettivi, compaiono alcuni temi più nuovi: un obbligo di aggiornamento professionale misurato in crediti formativi, come per i professionisti iscritti agli albi, e la «semplificazione» della busta paga, che nelle intenzioni dovrebbe unificare le parti fisse.

Un’indicazione, questa, in linea con gli obiettivi del nuovo testo unico del pubblico impiego, attuativo della riforma della Pa: ma le ipotesi di ristrutturazione delle buste paga sono sempre uno dei terreni più delicati quando ci si confronta sui rinnovi contrattuali.

Il tutto in una pubblica amministrazione che, come mostrano le tabelle diffuse ieri dalla Ragioneria generale dello Stato continua a dimagrire e ad invecchiare. Negli ultimi dieci anni, spiega il censimento condotto dal ministero dell’Economia, il numero complessivo dei dipendenti è sceso del 7,2% a perimetro costante (la flessione “grezza” del 5,3% è dovuta solo al fatto che nel tempo la rilevazione ha allargato i propri confini), ma il ritmo non è stato uguale ovunque. Spicca la caduta della polizia penitenziaria (-35%), nei ministeri (-18,4%, nelle università (-16,6%) e negli enti territoriali (-13,5%), ma solo quando lo Statuto è «ordinario». Nei territori ad autonomia speciale la direzione è opposta, e segna un robustissimo aumento degli organici (+29,3%), secondo solo a quello registrato nelle Authority (+60,9%; dato che però si spiega con la comparsa nel tempo di soggetti come l’Autorità per i trasporti o l’Anac).

Il risultato è che oggi lavorano in un ufficio pubblico 13 occupati su 100 (erano 14,5 dieci anni fa), e il costo del lavoro vale il 9,5% del Pil nominale (contro il picco del 10,8% registrato nel 2009, complice anche il crollo della ricchezza nazionale quell’anno).


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