Famiglie e studenti

Da top a flop: anche la lettura competenza da valorizzare

di Anna Maria Ajello*

Il 5 dicembre sono stati presentati i dati della ricerca Pirls sulle abilità di comprensione della lettura da parte degli alunni di quarta primaria. I risultati sono confortanti perché l’Italia si colloca sopra la media Ocse e di diversi Paesi che in altre ricerche internazionali vanno meglio, come, ad esempio, Francia e Germania. A 15 anni, nella ricerca Pisa, i nostri studenti invece mostrano risultati ben più sconfortanti.

Che cosa succede ai ragazzi italiani dai 9 ai 15 anni? Alla scuola primaria bambini e bambine imparano a leggere con una motivazione di tipo affiliativa – “l’ha detto la maestra” – e con la spinta dell’emulazione dei coetanei più grandi: il gusto cioè di sentirsi competenti, un gusto che è fondamentale, per continuare a leggere. Dobbiamo ricordare inoltre, che i docenti della primaria si riuniscono ogni settimana per due ore per programmare le attività didattiche. Alle medie i preadolescenti cambiano la motivazione, diventa prevalente l’interesse alla relazione tra pari e scema quello nei confronti degli insegnanti. I quali poi, non hanno più l’obbligo di programmare insieme, anche se viene raccomandato, e nell’insegnamento prevale la logica delle discipline singole. A questo livello la capacità di leggere è data per scontata. Ma non si tratta di dover insegnare a leggere perché non lo si è fatto nella primaria, ma insegnare una diversa abilità di lettura, quella collegata ai saperi e alle discipline, che vuol dire che se si legge un documento di storia, anche se adattato per scopi didattici, ci si pongono alcune domande, se si legge una pagina di scienze, saranno diverse le abilità di lettura che sono richieste con quel tipo di contenuti, etc. Si prendono in esame le variabili che consideriamo fondamentali per comprendere certi fenomeni.

Queste diverse modalità di guardare al mondo si possono indurre sin dall’infanzia, ma quando si passa alla comprensione del testo scritto, implicano un insegnamento specifico nel quale si intreccia l’osservazione diretta del mondo con la scoperta di come altri lo osservano e lo comprendono. Tutto questo non può essere dato per scontato, ma va invece insegnato. In altre parole, le abilità di lettura che si richiedono per la comprensione dei testi utilizzati ai diversi livelli scolari dovrebbero essere ogni volta insegnate e non considerate un affare privato dei nostri studenti.

Considerazioni del tutto analoghe si possono fare per la scuola media dove tutte queste caratteristiche sono accentuate: prevalenza assoluta della logica delle discipline, assenza di lavoro comune dei docenti, gusto della lettura non riconosciuto come qualcosa che si impara, insieme a una ulteriore prevalenza, da parte degli studenti, dell’interesse per il mondo esterno e per le relazioni interpersonali (e ci mancherebbe che non fosse così!).

Non voglio chiamare fuori l’università, perché mi chiedo talvolta, di fronte a colleghi/e che lamentano, a ragione, l’ignoranza dei nostri studenti, quanto si insegni nelle aule universitarie, a leggere testi scientifici e a riconoscere le ipotesi, le metodologie, le tecniche e gli strumenti, discutendone le coerenze, la fragilità e rilevandone i limiti. Piuttosto che entrare nel gioco dello sguardo all’indietro, attribuendo “le colpe” ai livelli scolastici precedenti, sarebbe invece opportuno riconoscere il tipo di abilità di lettura che sono richieste ai diversi gradi scolari e impegnarsi per perseguire nell’insegnamento gli obiettivi propri di ciascun livello.

*Presidente Invalsi
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