Famiglie e studenti

La superprof Lorella Carimali: «Bisogna ridare forza agli insegnanti»

di Maria Piera Ceci

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«Prof, deve per forza vincere. Veniamo con lei a Dubai». Con queste parole i suoi studenti hanno accolto in classe Lorella Carimali, fra i cinquanta finalisti del Global teacher prize 2018, una sorta di Nobel dell'insegnamento. 55 anni, Carimali insegna matematica e fisica al liceo scientifico “Vittorio Veneto” di Milano. L'anno scorso è stata eletta tra i dieci migliori professori italiani. Ora è stata scelta fra più di quarantamila candidati di 173 Paesi, a contendersi il milione di dollari da spendere in progetti didattici messo a disposizione dalla Varkey Foundation. La cerimonia di premiazione si terrà a marzo a Dubai.


«E' il riconoscimento del lavoro di tante persone e sono contenta per i ragazzi che sono gasatissimi» - racconta Carimali, che prima ancora che di matematica è proprio dei suoi studenti che vuole parlare. «I ragazzi sono fantastici. Si dice sempre che sono appiattiti, superficiali, ma non lo sono per niente. Hanno dentro un mondo. Se solo uno è capace di accendere quella fiammella, sono fantastici».


Un rapporto speciale quello di Lorella Carimati con i suoi ragazzi, ai quali non ha mai avuto bisogno di mettere una nota in trent'anni.
«Cos'è la severità? Quando i ragazzi hanno davanti una persona autorevole, che crede in loro, sono favolosi. Gli adulti tradiscono, se invece dai fiducia ai ragazzi, non la tradiscono neanche morti. E poi ti vogliono ricompensare per quello che tu hai investito su di loro e lo fanno studiando tanto».


Innamorata dunque dei suoi studenti, ma anche della sua materia.
«La matematica è una forma di pensiero. E' un modo di affrontare la vita. L'anno scorso una ragazza, uscita dalla maturità con 100 e ora iscritta a medicina, mi ha ringraziato con una lettera in cui era scritto: ”Ci ha fatto rivalutare matematica e fisica insegnandoci a vederle non solo come un insieme di formule, ma più come un modo di vedere la vita e poterla semplificare grazie al ragionamento”».


Una forma di pensiero la matematica, che va insegnata attraverso un nuovo modello pedagogico.
«Per la mia generazione l'unico modo per reperire informazioni erano la scuola e i libri e quindi era giusta la lezione frontale e il focus del docente basato sull'insegnamento. Ora il focus dell'insegnante deve essere sull'apprendimento. Gli studenti possono recuperare le informazioni ovunque, quindi devono avere spirito critico e curiosità per andare ad indagare e approfondire. In tempi di fake news, devono imparare a capire se un concetto che non conoscono sia vero e devono farlo verificando le fonti. Proprio come si fa con la matematica: quando sono davanti ad un problema, ho un insieme di informazioni, alcune necessarie, altre ininfluenti. Devo imparare a distinguerle».


E per fare tutto questo l'aula non basta.
«Propongo in classe attività diversificate, così che ognuna sviluppi una competenza specifica (di progettare, ideare, controllare). Io lo chiamo apprendistato cognitivo, cioè l'idea è che tutte le attività svolte dentro e fuori dalle classi (anche l'alternanza scuola-lavoro) devono essere inserite in un progetto specifico individualizzato per ogni alunno».


E la valutazione viene vista in maniera non punitiva.
«La valutazione è il monitoraggio dell'apprendimento, deve servire allo studente per monitorare i suoi progressi e capire cosa migliorare. A me come insegnante serve invece per monitorare la mia attività. Per capire se sto tirando fuori da questi studenti il massimo e interrogarmi su come devo agire e quali sono punti di forza e debolezza di ciascun studente. Ho un piano personalizzato per ognuno di loro e anche la verifica non è uno stress. Se uno studente prende tre è perché non ha capito bene quelle cose e io non faccio la media matematica, gli studenti non sono numeri. Se prende tre, io lo interrogo dopo avergli dato un programma di recupero. Il mio obiettivo è far arrivare tutti alla sufficienza».


La lezione tipo è fatta di poche spiegazioni e molti esercizi.
«Quando affronto un concetto nuovo, spiego poco il concetto generale. Mi collego a quello precedente e aggiungo un qualcosa in più. Poi propongo un problema in cui serve questo qualcosa in più. I ragazzi a quel punto si dividono in gruppi (con i più bravi che aiutano gli altri per sviluppare anche competenze civiche in cui capiscano che il successo si costruisce insieme agli altri). Il gruppo che risolve il problema per primo viene chiamato alla lavagna. Uno di loro spiega come ha risolto l'esercizio e verbalizza quali sono stati i procedimenti mentali che lo hanno portato alla soluzione. Se si tratta di uno degli studenti più bravi, di quelli che risolvono gli esercizi in modo intuitivo, spiegandoli agli altri diventano consapevoli dei propri processi e fanno un passo avanti, mentre quelli meno bravi in questo modo capiscono non la procedura singola, ma la modalità di risolvere determinati problemi che afferiscono a quella macrocategoria».


E anche la correzione delle verifiche in classe si svolge più come un lavoro di gruppo.
«Ogni studente corregge il compito in classe di un compagno e dà una valutazione. A quel punto li ritiro e correggo segnando i profili dei due studenti e valutandoli entrambi, perché ho una doppia informazione. Se vedo che uno studente segna al compagno il suo stesso errore, oppure non lo segna perché lo considera giusto, vuol dire che il concetto non è stato appreso. Poi i due ragazzi ne parlano fra loro e diventa un momento del processo formativo. Si immagini che può capitare che un ragazzo che non ha risolto un esercizio deve correggere quello del compagno e capire se è stato fatto correttamente».


Cosa c'è che non va nella scuola? Cosa andrebbe cambiato come prima cosa?
«Bisogna ridare forza agli insegnanti, che in questo momento hanno perso un po' di entusiasmo, bisogna dare loro la carica e convincerli che possono riconquistare il ruolo sociale che avevano prima. La scuola cambia se i docenti sono appassionati e in questi anni la considerazione è andata scemando, quindi il primo passo è investire sugli insegnanti».


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