Personale della scuola

Card docenti: solo il 6,6% è andato alla formazione

di Claudio Tucci

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Ai tempi delle lingue straniere, della Fabbrica 4.0, della didattica sempre più orientata alle esigenze dei ragazzi e del mondo del lavoro, gli insegnanti italiani scelgono di spendere i 500 euro messi a disposizione dalla Buona Scuola per la loro formazione professionale acquistando, in massa, pc e tablet: su 256,5 milioni di euro (validati dal Miur relativi al 2016/2017) quasi 200 milioni, vale a dire il 77,44% dell’importo complessivo, sono stati utilizzati dai docenti per acquistare strumenti “hardware e software” (il ministero dell’Istruzione ha vietato gli smartphone perché considerati «non prevalentemente funzionali» all’attività di formazione - ma non è escluso che siano entrati nelle case dei professori e dei loro figli “mascherando” la spesa con voci ammesse). Per corsi di formazione e aggiornamento, vale a dire, master, corsi universitari o svolti da enti accreditati - teoricamente lo “sbocco” più in linea con il dettato normativo - sono stati utilizzati appena 16,9 milioni, il 6,6% del totale.

Diciamolo subito: in base alle norme in vigore è tutto legittimo. Quello che sorprende è che, tra le tante opzioni sul tavolo, la scelta dei professori si sia concentrata su pc, iPad e tablet, che, come noto, possono non avere una esclusiva finalità “formativa”.

La Card annuale di 500 euro voluta, nel 2015, dal governo Renzi ha segnato una inversione di tendenza: la somma può essere spesa per una serie di “servizi” dall’acquisto di libri ai corsi d’aggiornamento, dal cinema-spettacolo-teatro agli strumenti hardware e software, che sono quelli andati per la maggiore. In tutto, secondo la fotografia che ci anticipa il Miur, si sono registrati alla piattaforma online 635.098 insegnanti, l’87% degli aventi diritto alla Card formativa. Per gli spettacoli di cinema e teatro è stato speso meno di un milione di euro; per mostre, eventi culturali e musei circa 700mila euro. Poco più di 38 milioni sono andati per l’acquisto di libri e testi, anche in formato digitale. Se, a questi 38 milioni, si sommano i 16,9 per master e corsi di formazione, si arriva a 55,2 milioni, pari al 21,53% degli importi validati dal Miur, destinati a «finalità di aggiornamento». Un dato significativo, per chi vede il bicchiere mezzo pieno. Nel confronto internazionale, invece, siamo in ritardo: in quasi tutti i Paesi europei (rapporto Eurydice 2016) la formazione continua degli insegnanti è una realtà strutturata, con alcuni Stati che addirittura la incentivano con avanzamenti di carriera o miglioramenti retributivi. In Italia, fino al 2015, non esisteva alcun obbligo formativo per i professori, e quindi in pochissimi si aggiornavano.

I 500 euro del bonus annuale sono, ora, al centro di un braccio di ferro tra chi, i sindacati, vorrebbero spalmarli su tutti i docenti, nel prossimo rinnovo contrattuale (la misura vale circa 350 milioni l’anno) e chi, l’esecutivo, preme per mantenerli. Gli ultimi due governi, del resto, hanno investito molto sulla formazione degli insegnanti (le risorse per il settore superano oggi i 426 milioni l’anno). E adesso si auspica che, esaurite tutte le spese per pc e tablet, già dal prossimo anno, i 500 euro possano essere utilizzati in modo diverso, e per finalità che abbiano ricadute reali per gli studenti.


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