Famiglie e studenti

L’evoluzione del bullismo, dai banchi di scuola al web

di Chiara Langè e Francesco Rubino

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A partire dagli anni 2000, il fenomeno del bullismo si è trasferito on-line: la diffusione tra i giovanissimi del linguaggio Web 2.0 ha trasformato il bullismo “tradizionale” in una forma più subdola e pericolosa perché più immediata, anonima ed esponenzialmente amplificata.
Il cyberbullo, celandosi dietro al suo “profilo” ed al device, può colpire la vittima con un'aggressività e con un'estensione impensabili nella vita reale. Questa nuova piaga sociale impone l'adozione di mezzi e strumenti adeguati per neutralizzare le terribili conseguenze che si ripercuotono sulle vittime.


La scuola diventa attore primario dell'educazione e della prevenzione
La legge sul cyberbullismo (L. 71/2017) promuove il coinvolgimento delle scuole nella lotta contro il cyberbullismo muovendo dalla diffusione di una cultura digitale consapevole tra gli studenti. In quest'ottica il ruolo degli insegnanti ha un valore strategico per l'educazione dei giovani poiché sono in grado di cogliere il disagio delle vittime ed al contempo rappresentano il punto di riferimento al quale ogni alunno può chiedere aiuto. Questa responsabilità dev'essere però accompagnata e valorizzata dagli altri attori che giocano un ruolo nell'ambito dell'educazione dei ragazzi, ad iniziare dagli istituti scolastici per finire ai genitori che, troppo spesso, tendono a minare la credibilità e l'autorità dell'insegnante.
La legge fornisce alcuni strumenti (formazione mirata per gli insegnanti, nomina di un referente interno, modelli di governance dell'istituto scolastico) che difficilmente possono considerarsi sufficienti. Che fare dunque?


Un progetto di formazione consapevole
Da recenti ricerche condotte in Italia ed in Europa è emersa l'esigenza di attuare modelli di intervento, anche scolastico, che favoriscano la condivisione consapevole tra ragazzi e mediante il web. In particolare, le attività di peer education consentono di veicolare con maggiore efficacia - perché l'educatore è il ragazzo e non l'autorità adulta - l'insegnamento delle life skills che permettono una maggiore responsabilizzazione del minore. Sullo stesso piano si colloca la tecnica del digital storytellying, ossia una narrazione attraverso gli strumenti digitali in grado di comunicare esperienze, valori e idee con un forte impatto a livello cognitivo ed educativo sui giovani.


Un'azione di contrasto ancora poco efficace
La nuova normativa sul piano repressivo è purtroppo ancora inadeguata. Le autorità nazionali si interfacciano con gestori di piattaforme informatiche, prevalentemente estere (es. facebook, whatsapp), non avendo gli strumenti necessari per imporre l'eliminazione dei contenuti veicolo del cyberbullismo, che finiscono per diventare perfino “viral”. In attesa di soggetti, siano essi privati o istituzionali, che possano garantire una neutralizzazione immediata di contenuti multimediali, pagine, gruppi “contro” e “web-attacks”, occorre al momento concentrare gli sforzi sull'adozione di meccanismi educativi preventivi in cui la scuola è attore primario.


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