Famiglie e studenti

Il docente compie atti sessuali «repentini» con un’alunna con deficit cognitivo ma per i giudici non c’è violenza

di Francesca Malandrucco

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Un insegnante compie «repentini» atti sessuali su una studentessa minorenne, con un leggero deficit cognitivo, per i giudici della Suprema Corte di Cassazione non c’è violenza sessuale.
La terza sezione penale della Suprema Corte, con sentenza n.45947/17, ha
respinto il ricorso presentato dal procuratore generale presso la corte di appello di Trento contro la sentenza di secondo grado con la quale i giudici di merito avevano assolto l’insegnante di un istituto di formazione alberghiero di Rovereto dall’accusa di abuso sessuale. Per i giudici togati, non si può parlare di violenza quando la ragazza «esprime gradimento» e soprattutto quando i fatti dimostrano che non c’è una condizione di inferiorità fisica o psichica dell'allieva nei confronti dell'insegnante.

I fatti risalgono al 2013
La ragazza, affetta da «disturbo specifico misto di apprendimento», che all'epoca dei fatti aveva 17 anni, era stata oggetto di atti sessuali da parte dell’insegnante, prima nei locali della scuola, poi fuori dall’istituto. Tuttavia, di fronte all'invito esplicito da parte del professore a seguirlo nel bagno della scuola, la ragazza si era opposta perché aveva intuito le intenzioni dell’uomo. L'insegnante, finito in giudizio, è stato poi assolto dalle accuse di violenza sessuale sia in primo che in secondo grado. Il procuratore generale della Corte d’appello di Trento, in seguito, ha impugnato in Cassazione la sentenza di secondo grado adducendo una serie di motivazioni che per i giudici togati si configurano, in parte, «come riferibili all'asserito vizio di motivazione nella ricostruzione dei principali profili fattuali della vicenda», in parte come «errori di diritto nella costruzione della fattispecie contestata».
I giudici della terza sezione penale, nella sentenza, hanno sottolineato come «alla Corte di cassazione è preclusa, nell'ambito del giudizio di legittimità, la possibilità non soltanto di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia».
Tuttavia, rispetto ai contestati atti sessuali «repentini» compiuti dal professore nei confronti della studentessa, per i giudici togati non si configura alcun reato. Per la Cassazione la vittima, avrebbe dovuto esprimere un dissenso. «Dissenso che deve essere ovviamente sussistente – si legge nella sentenza -. L’eventuale consenso, manifestato in un momento immediatamente successivo all'atto sessuale repentino non consente di configurare alcuna condotta costrittiva».
La ragazza, infatti, subito dopo aver subito le avance del suo professore aveva dichiarato di aver provato «sensazioni positive al contatto fisico con l'insegnante».
«Peraltro – sottolinea ancora la Cassazione - anche per escludere la rilevanza penale delle condotte sessuali repentine non è sufficiente il consenso o comunque la mancanza di dissenso, dovendo verificarsi se tale stato psicologico da parte di chi subisce gli atti sessuali sia eventualmente viziato». Nel caso in questione, nonostante la contestata condizione di inferiorità psicologica della ragazza nei confronti del professore, visto anche il deficit cognitivo della giovane, la Cassazione ha affermato che i giudici di merito «giustamente» hanno escluso l'incapacità della ragazza di «determinarsi rispetto ad una scelta».
«Con motivazione niente affatto illogica – spiega la Cassazione – la Corte di appello ha infatti puntualmente richiamato, in proposito, la decisione della giovane di non accompagnare l'insegnante nel bagno proprio in quanto aveva già capito che voleva fare sesso con lei; sicchè ogni ipotesi di vizio del consenso è stata coerentemente esclusa, così come la menzionata condizione di inferiorità, fisica o psichica, della quale l'agente abbia abusato».

L’abuso di autorità
Quanto poi al contestato abuso di autorità dell'insegnante nei confronti del minore, per i giudici togati «non è dato configurare alcun abuso dei poteri connessi alla posizione di docente. Infatti gli atti sessuali non ebbero luogo attraverso una qualche forma di esercizio dei poteri derivanti dall'ufficio svolto – si legge nella sentenza – non emergendo affatto, quantomeno alla stregua di quanto riportato dalla sentenza impugnata, che il docente avesse ad esempio costretto la ragazza a trattenersi nei locali contro la sua volontà, che avesse allontanato altri studenti per poter stare solo con lei: in breve che si fosse avvalso di qualunque delle facoltà derivanti dal suo status per commettere le contestate attività sessuali».


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