Famiglie e studenti

Scuola, più che il «quanto» è il «cosa»

di Giovanni Brugnoli*

Discutere del nostro sistema scolastico non può farci male. La scuola lascia un segno profondo nella vita dei singoli e in quella della comunità, influenzandone le qualità e le possibilità civili ed economiche. Poiché plasma il presente ma, al tempo stesso, ipoteca il futuro, è importante discuterne, apertamentetanto più in un periodo in cui la società e l’economia vanno trasformandosi. Il dibattito di questi giorni pone tre questioni su cui vale la pena riflettere.

Le nuove tecnologie, la robotizzazione e i processi di digitalizzazione della società e dell’economia, pongono alla scuola nuove sfide. Servono nuovi saperi e maggiori competenze in ambiti scientifici. In Italia occorre disseminare questi saperi sin dai primi gradi della scuola per dare, ad un numero crescente di studenti, la possibilità di affrontare quei percorsi scolastici e universitari di natura tecnico-scientifica che offrono maggiori opportunità di occupazione. Non solo materie scientifiche ma serve tornare ad insegnare la logica. Le tecnologie, infatti, ci hanno permesso di affidarla alle macchine, ai computer, e così, la generazione dei nativi digitali rischia, paradossalmente, di perdere la capacità di ragionare che è, invece, da sempre il motore del progresso. Del resto non è un caso che i test di ingresso delle migliori scuole, italiane e straniere, siano proprio basati sulla valutazione della capacità logiche e di ragionamento. Dobbiamo, rapidamente, portare la scuola italiana su questa strada, investendo sul merito degli insegnanti e mettendo finalmente gli studenti al centro delle nostre attenzioni.

Occorre evitare alle future generazioni e alla nostra società le conseguenze di un drammatico mismatch fra ciò che si sa, o si è in grado di imparare e ciò che serve sapere o saper fare. Un’economia globalizzata, infatti, muove investimenti e crea lavoro in quei territori che offrono le migliori opportunità e, non vi è dubbio, che nuove produzioni e nuovi servizi richiederanno saperi, competenza e talento. La questione, dunque, non riguarda certo il “quanto” si sta a scuola, ma, piuttosto, il “cosa” vi si impara. Se il “cosa” non diventa utile ad affrontare il futuro, stare in classe fino a 18 anni non servirà a granché. In questa ottica, non risolve, ma certo aiuta, costruire una relazione virtuosa ed equilibrata fra scuola e mondo del lavoro.

La seconda questione riguarda la riduzione da 5 a 4 anni della durata della scuola superiore. L’idea non è di oggi. Nella maggior parte dei Paesi europei, infatti, il percorso scolastico dura 12 anni mentre da noi gli anni sono 13, cosicché gli studenti italiani possono accedere all’ Università un anno dopo rispetto ai loro coetanei europei. Una sperimentazione era stata già avviata alcuni anni fa in un numero di scuole molto circoscritto ma era stata presto interrotta, anche a causa delle resistenze di chi, per convinzione o convenienza, era contrario.

Ora, meritoriamente, la Ministra Fedeli ci riprova e mostrando coraggio allarga la sperimentazione a un numero più significativo di scuole. Sulla proposta sono state già sollevate le solite obiezioni: si svilisce il bagaglio culturale degli studenti; si mette troppa enfasi sull’inserimento lavorativo. Sono argomenti sensati che vanno tenuti in conto ma che non possono impedire la sperimentazione. Alcune esperienze, peraltro, ci sono già: il Liceo Guido Carli di Brescia e l’Istituto Tecnico Tosi di Busto Arsizio e ciò dimostra che anche da noi si può fare come già fanno molti altri Paesi simili al nostro.

In ultimo, la questione più delicata e complessa che riguarda l’elevazione del cosiddetto “obbligo scolastico”. La discussione sul punto va affrontata senza pregiudizi guardando in faccia la realtà. Oggi, il 98% dei licenziati della scuola media prosegue nelle superiori e, ben oltre l’80% arriva al diploma di obbligo scolastico.

Negli anni 60, a malapena, il 30% degli studenti arrivava a terminare la scuola media. Nonostante ciò abbiamo un livello di disoccupazione giovanile sopra il 30%, fra i più elevati in Europa e sono oltre 2 milioni i cosiddetti Neet, giovani che non studiano e non lavorano. L’età media di ingresso nel mondo del lavoro nei paesi più avanzati è attorno ai 22-23 anni mentre da noi supera i 28. In questo quadro discutere della mera elevazione dell’obbligo scolastico, certo, non aiuta. Sarebbe, invece, più utile ragionare sul fatto che la scuola italiana, in molte aree del Paese, continua a non avere quel livello di qualità che permette agli studenti, alla fine dei loro percorsi di studio, di pareggiare le differenze sociali, valorizzando il merito.

Dobbiamo riconoscere che la nostra scuola, rischia di diventare un fattore di divaricazione delle opportunità: chi ha più possibilità alla partenza, molto spesso termina il proprio percorso educativo con un vantaggio ancora maggiore. Chi aveva meno possibilità, si trova ancor più distaccato dagli altri. Non si risolve un problema di questa portata limitandosi a tenere in classe i ragazzi fino a 18 anni. Serve, come del resto suggerisce anche la ministra Fedeli, un lavoro paziente che metta ordine nell’offerta formativa; eviti sovrapposizioni e conflitti, come quello fra lauree professionalizzanti e formazione tecnica superiore (ITS); elevi finalmente la qualità media del nostro sistema educativo che va considerato nelle sue due fondamentali componenti: scuola e formazione professionale. Su questi temi Confindustria pone da sempre grande attenzione. Ricordo il dossier dell’ottobre del 2014, con analisi e proposte a tutto tondo e, da ultimo, il documento, “Giovani, impresa, futuro”, presentato a giugno di quest’anno, con una proposta organica per realizzare un sistema scolastico duale anche in Italia. Sono questioni complesse ma vanno affrontate con rapidità, determinazione e, soprattutto, grande senso pratico se davvero si vuole dare effettività ai diritti.

L’autore è Vicepresidente Confindustria
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