ITS e imprese

«Stage, molta pratica, lavoro: perché abbiamo scelto gli Its»

di Alberto Magnani

«Ho fatto il linguistico, so parlare tre lingue, ma non avevo idea di come andasse il mondo del lavoro. L’Its mi è servito proprio per questo». Greta Villa, 21 anni, sta concludendo il secondo anno dell’International academy of tourism and hospitality di Cernobbio, la fondazione che crea professionisti dell’hotellerie sulle rive del lago di Como. Come tanti coetanei, era uscita dal liceo più confusa che motivata sul suo futuro universitario. La scelta stava per cadere su giurisprudenza, prima dell’incontro con l’Its a una fiera di orientamento. Ora non tornerebbe indietro, perché ha trovato il «compromesso che le mancava» tra corsi troppo teorici e il rischio di buttarsi sul lavoro senza titoli in curriculum.

La sua è una storia comune tra gli oltre 8mila giovani che popolano gli Its italiani, una nicchia in crescita di 93 fondazioni e quasi 400 percorsi. Ancora pochi, rispetto ai numeri che si registrano all’estero nelle istituzioni equivalenti.

«Peccato, perché il biennio mi ha dato competenze che non avrei trovato altrove, ad esempio in economia e diritto», racconta Greta.«Diciamo che è un buon compromesso tra la teoria dell’università e la pratica lavorativa, con esperienze sul campo che ti fanno capire meglio il tuo settore». Greta ha fatto due stage in altrettante catene di hotellerie. Sul primo si è fatta guidare, sul secondo ha iniziato a muoversi con più autonomia. E ha ricevuto offerte prima ancora dell’esame ministeriale che la attende questa estate: «Anche attraverso il meccanismo degli stage siamo stati responsabilizzati. E questo è positivo», dice. «Ci è stato chiesto di muoverci con maggiore autonomia».

Anche Alessio Ripamonti, classe 1995, si è formato tre le aule dell’istituto comasco. Ma ha bruciato le tappe: diploma nel 2016 e contratto firmato per il Grand Hotel Tremezzo. La stessa struttura dove era entrato come stagista al secondo anno di corso, nel vivo della primissima edizione del corso. «Eravamo un po’ le “cavie” del programma - racconta - ma il livello era già alto. E in ogni caso c’è una contrapposizione fertile tra studenti con background più tecnico e quelli in arrivo da licei, come nel mio caso».

L’anagrafe? Nella sua classe l’età media si aggirava tra i 20 e i 24 anni, con alcuni strappi alla regola: «Per lo più si parla di diplomati liceali, a cui consiglierei il percorso», dice. «Ma c’erano alcune eccezioni un po’ più mature, come professionisti in cerca di aggiornamento. Anche se non si saliva mai sopra i 30 anni».

Pensati per gli studenti freschi di maturità, gli Its possono essere un’occasione per reinventarsi anche a età più avanzata. Moreno Ferrandini, originario della Campania, aveva 28 anni quando ha deciso di iscriversi al Mita (Made in Italy Tuscan Academy), un Its specializzato sulla moda con sede a Scandicci, in provincia di Firenze. Oggi ne ha due in più e lavora a tempo indeterminato in un’impresa nella provincia fiorentina. A differenza di molti, la spinta all’iscrizione è stato il desiderio di approfondire gli aspetti teorici (e non pratici) di un mestiere che gli era familiare fin dall’infanzia.

«Venendo da una piccola tradizione conciaria avevo fatto pratica, ma mi serviva la teoria per professionalizzarmi di più – spiega -. E mi ha aperto davvero molte strade». Se dovesse scegliere un valore aggiunto degli Its, direbbe l’organizzazione: la divisione quasi al 50% tra studio e tirocini, con un’integrazione immediata tra «quello che apprendi e quello che fai». I limiti? L’handicap delle fondazioni, per ora, arriva dal contesto: sono poco conosciute. «Per lavorare servono professionisti e ne avremo un bisogno sempre maggiore – dice –. Sarebbe importante che si conoscessero di più, anche perché le imprese iniziano a chiedere certificazioni. Ed è quello che gli Its danno».


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