ITS e imprese

Negli Istituti tecnici superiori strada spianata verso il lavoro

di Alberto Magnani

Entrare in un’aula pochi mesi dopo la fine delle scuole superiori. Uscirne due anni dopo con stage, diploma e, soprattutto, un contratto. Nati nel 2010, gli Istituti tecnici superiori (Its) sono scuole tecnologiche che propongono un biennio di specializzazione in settori specifici, dalla mobilità ad agroalimentare e moda. L’obiettivo è lo sbocco immediato nell’occupazione, con un piano di studi di duemila ore diviso quasi a metà tra lezioni e tirocini.

Il modello sembra funzionare, stando ai numeri dell’ultimo monitoraggio dell’istituto Indire: il tasso di occupazione dei diplomati a un anno dal titolo nel 2015 ha raggiunto il 79,1%, per salire al 79,5%, se si allarga il bilancio al triennio precedente. Oggi gli Its, costituiti come fondazioni, sono cresciuti fino a un totale di 93 unità (18 solo in Lombardia) e 370 bienni attivi.

La logica è quella di dare vita a «comunità di filiera», dove i giovani vengono preparati alle esigenze delle imprese disseminate tra i distretti italiani. La marcia in più scatta con l’aggiornamento tecnologico e innovativo nella formazione professionale degli allievi, abituati a ragionare con la prospettiva e gli strumenti di aziende che tentano di aprirsi alla concorrenza mondiale tra industria 4.0, e-commerce e comunicazioni digitali. Qualche esempio?

Il Mita (Made in Italy Tuscany Academy) di Scandicci (Firenze) forma talenti per la filiera del fashion, con competenze in progettazione del prodotto, valutazione dei materiali e gestione della supply chain.

Il veronese Last (Logistica ambiente sostenibilità trasporto) sforna risorse per settori in espansione come logistica e mobilità sostenibile. L’International academy of tourism and hospitality, affacciata sul lago di Como, educa all’«italian way of life» neodiplomati interessati a una carriera di alto livello nel turismo e nell’ospitalità internazionale.

La lista potrebbe continuare con gli esempi attinti dalle aree tecnologiche che ospitano le fondazioni, divise tra mobilità sostenibile (17), efficienza energetica (13), tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – turismo (12), tecnologie dell’informazione e della comunicazione (10), nuove tecnologie della vita (7) e in particolare nuove tecnologie per il Made in Italy (34), il segmento che si avvicina di più alla vocazione glocal degli istituti.

Fenomeno di nicchia

Il fenomeno sta crescendo nei suoi numeri generali, ma resta di nicchia quando si parla della sua risorsa fondamentale: gli studenti. I dati Indire parlano di un totale di 8.589 iscritti, in aggiunta agli oltre 6mila diplomati registrati dall’inizio della sperimentazione. Non ci sono analisi più dettagliate sull’anagrafe, ma è lo stesso istituto a suggerire un identikit di massima: il candidato dell’Its è fresco di diploma di scuola secondaria, desideroso di buttarsi nel mondo del lavoro e interessato all’evoluzione tecnologica che sta infrangendo i vecchi paradigmi imprenditoriali. Come spiega Antonella Zuccaro, primo ricercatore dell’istituto, si parla in genere di «studenti appena usciti dal loro percorso alle superiori, con motivazione ad apprendere in modo innovativo e a confrontarsi con l’evoluzione metodologica dell’economia e i nuovi contenuti dei settori, dalla mobilità alla produzione eno-gastronomica».

Solo una questione di vena innovativa? Non proprio. Gli Its hanno costruito buona parte della propria attrattività sul forte radicamento nel mondo del lavoro. Un intreccio che inizia dalla scelta di un corpo docente proveniente per oltre il 50% da aziende e prosegue con una delle fondamenta dell’intero biennio: i tirocini, tappa obbligatoria che ha visto aumentare il proprio peso fino a una quota del 44% delle ore previste dall’offerta didattica. In pratica, quasi una giornata su due è dedicata al lavoro nell’impresa che potrebbe offrire un contratto a diploma incassato. «La possibilità di entrare nel mondo del lavoro è favorita dagli stage, che garantiscono un impatto diretto con la realtà aziendale e di filiera», continua Zuccaro.

Lo stesso radicamento locale non esclude aperture all’estero, sotto forma degli stessi tirocini di attività svolte con docenti internazionali per «capire come si ragiona sullo stesso business, ma da una prospettiva diversa».

Se i dati quantitativi sull’occupazione sono positivi, però, bisogna tenere in considerazione anche una fotografia più qualitativa. È ancora il monitoraggio di Indire a far emergere che, su un campione di 1.398 occupati, solo 493 sono stati assunti con contratto a tempo indeterminato, contro 677 con tempo determinato o lavoro autonomo e 228 con contratto di apprendistato.

C’è chi lo ha letto come un sintomo della fragilità dei bienni in fase di placement. Zuccaro non è d’accordo: gli Its non si limitano a formare risorse pronte al lavoro, ma «raccolgono l’innovazione richiesta dalle imprese e la travasano nei propri corsi. Fanno da ponte di connessione tra la formazione e un mercato del lavoro che cambia sempre più in fretta».

Secondo Zuccaro, gli Its più efficaci sono quelli che fondono sviluppo tech con le esigenze di un’industria ancorata al mercato locale.


© RIPRODUZIONE RISERVATA