Famiglie e studenti

E resta importante il «miracolo economico»

di Giuseppe Lupo

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Ci sarebbe da rammaricarsi, magari osservando le cifre poco incoraggianti, se gli studenti chiamati quest’anno all’esame di maturità mancassero l’occasione di svolgere il tema di argomento storico, dedicato al miracolo economico.

Di solito i programmi scolastici non arrivano quasi mai a coprire i decenni oltre il secondo conflitto mondiale (ci si ferma alla prima metà del Novecento e questa cattiva abitudine riguarda anche la letteratura italiana, assurdamente relegata a materia dove il concetto di contemporaneo andrebbe interpretato alla stregua di un miraggio).

La conseguenza è che spesso si accede ai banchi universitari con una preparazione che sembrerebbe un eufemismo definire lacunosa. Il più delle volte, infatti, la scuola sorvola sugli avvenimenti importanti dello scorso secolo, al cui vertice appunto, per le sue valenze strategiche nei destini del nostro Paese, va collocato il passaggio dalla civiltà della terra alla civiltà delle macchine. Fermarsi alla soglia di questo fenomeno significa privare le generazioni di quei contenuti indispensabili a maturare tanto una coscienza del moderno, quanto un’identità costruita attraverso la memoria collettiva.

Eppure nessun precedente periodo della Storia ha goduto, nel bene e nel male, delle infinite accelerazioni com’è accaduto tra gli anni 50 e i 60, complice certo lo sviluppo scientifico e tecnologico che ha dilatato la nozione di civiltà declinandola in chiave democratica, cioè come bene comune, come conquista materiale e morale da condividere tutti. Non può esistere progresso se il progresso è riservato a quelle categorie che nel linguaggio appena prima del boom venivano definite élite: questo ci viene insegnato da quell’epoca. E nemmeno può essere ammissibile l’esempio di una nazione che, fondando se stessa sul mito borghese, consideri il lavoro esclusivamente uno strumento per il vantaggio di una parte a danno di un’altra.

L’esempio di Adriano Olivetti potrebbe essere eloquente e il miracolo economico, per certi aspetti, non è stato soltanto l’irruzione di automobili ed elettrodomestici nella vita delle famiglie italiane: se così fosse, sarebbe una lettura banalizzata e riduttiva di tale fenomeno. Piuttosto è stato l’esplosione di ciò che si manifesta sotto le spoglie del moderno: un sentimento che il Novecento, ai suoi inizi, aveva annunciato nelle forme più rumorose delle avanguardie e tuttavia non era stato in grado di definire se non nei modi di un futurismo breve e chiassoso. La folla di straccioni in cammino, che Pelizza da Volpedo fissava sotto l’etichetta di «Quarto stato» (1901), almeno cinquant’anni dopo avrebbe attraversato le porte di una stagione esemplare nella sua irripetibilità, partecipando finalmente di quella sconfinata promessa di vita migliore, rimasta per lunghi tratti sogno, chimera e solo allora diventata realtà assumendo una fisionomia euforica.

In questa simbolica marcia, che ha qualcosa di epico (anche se di un’epica anonima e di massa) e che non disdegna di ammantarsi di significati politici, come segno di una partecipazione allargata, si nasconde una delle chiavi di lettura del tempo che ci ha preceduto.

E credo rappresentino uno snodo cruciale perché molte delle questioni rimbalzate nelle epoche successive, a partire dalla messa in crisi di quei fenomeni insiti nel benessere economico (come il sessantotto e gli anni di piombo fino all’inverno di Mani Pulite), andrebbero ricondotte all’apparente beatitudine che ci trasmettono le vetrine dei grandi magazzini e le strade occupate dalle utilitarie. È probabile che, se finalmente siamo diventati nazione, lo dobbiamo a quel periodo felice e fortunato, l’ultimo in cui è stato facile sognare e di cui oggi continuiamo a invocare il ritorno, prigionieri come siamo di un presente che da tempo ormai è scontata reiterazione di un quotidiano senza respiro e speranza.


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