Famiglie e studenti

Ancora pochi gli studenti formati in azienda

di Claudio Tucci

La misura probabilmente più ambiziosa della Buona scuola per gli studenti, è stata l’introduzione obbligatoria dell’alternanza alle superiori: si è partiti, nel 2015/2016, con i ragazzi delle classi terze; a settembre è toccato ai colleghi delle quarte; si chiuderà, il prossimo anno, con i ragazzi dell’ultimo anno.

A regime, questa esperienza di «formazione on the job» che ha fatto il successo, per esempio, della Germania e dei paesi del Nord Europa, che hanno abbattuto la disoccupazione giovanile, interesserà quasi 1,5 milioni di alunni.

Ma il primo anno di obbligatorietà, in Italia, com’è andato? Così così, ci raccontano i numeri del Miur: solo poco più di un terzo dei giovani del terzo anno ha fatto studio e pratica direttamente nelle imprese (sono stati il 36,1%). Si è sfiorato il 50% negli istituti tecnici, il 60% nei professionali (dove il collegamento con il mondo delle imprese è strutturato da tempo nei rispettivi ordinamenti scolastici), mentre nei licei, al debutto lo scorso anno, la percentuale di alunni che hanno provato sul campo l’esperienza di studio e di lavoro si è fermata al 20 per cento. Una fetta consistente di studenti ha fatto alternanza nel proprio istituto (nella forma dell’impresa simulata) e poi in enti pubblici, ordini professionali, biblioteche, asili nido, sindacati (in molti casi, però, senza un contatto diretto con il mondo produttivo). Anche a livello territoriale, i numeri parlano di una rivoluzione positiva, ma con luci e ombre: la stragrande maggioranza di imprenditori che hanno aperto le porte agli studenti è concentrata nelle regioni settentrionali (Lombardia, in testa, seguita da Veneto, Piemonte, Emilia Romagna); in Centro Italia, a spiccare sono soprattutto Toscana e Marche, mentre al Sud mostra segnali di vitalità la Puglia

Certo, l’obbligatorietà introdotta dalla legge 107 (almeno 400 ore di formazione pratica negli ultimi tre anni di tecnici e professionali, almeno 200 ore nei licei - con un finanziamento stabile di 100 milioni di euro l’anno) ha smosso qualcosa: i percorsi attivati a partire dalle classi terze sono stati quasi 30mila (29.437, per l’esattezza) e nell’82,5% dei casi con durata annuale. Complessivamente, la novità ha toccato nel 2015/2016 (direttamente o indirettamente) 652.641 alunni, pari al 45,8% del totale dei frequentanti le ultime tre classi delle superiori statali o paritarie (l’anno prima, senza l’obbligatorietà, i giovani in alternanza furono 273.111, rappresentando il 18,5% di tutti i giovani frequentanti). L’attenzione del Governo c’è: con il Dlgs di riforma degli esami di Stato, l’alternanza avrà - finalmente - un peso più marcato, diventando un vero e proprio requisito d’ammissione alla maturità e un recente bando Pon ha stanziato 140 milioni per rafforzare il link scuola-imprese.

Il punto è che ci sono ancora troppi vincoli per i datori, specie quelli più piccoli: le prime faq del Miur alle scuole non hanno semplificato oneri e burocrazia (anzi) e, nonostante i ripetuti annunci, mancano interventi che incentivino le aziende ad aprire le porte ai ragazzi. Anche la Carta con i diritti e doveri degli studenti manca ancora all’appello, ferma “al concerto” con le altre amministrazioni. Di qui la necessità di raddrizzare al più presto la strada, anche perché l’alternanza, è ormai chiaro a tutti, non è una “scorciatoia” per avere lavoro a minor costo, ma un investimento in innovazione di “cervelli”. Ed è quindi fondamentale rilanciarla e farla bene: serve ai ragazzi, ma anche alle aziende per mantenersi competitive, con l’avvento di Industria 4.0.


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