Famiglie e studenti

Eccessivo fervore per la tecnologia

di Pietro Bordo

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Da molti anni i test d’ingresso delle superiori dimostrano che il 70% dei ragazzi ha competenze linguistiche scarse.
Qualche anno fa il Miur ha condotto uno studio scientifico sugli elaborati di lingua italiana degli studenti della maturità ed ha rilevato che il 75% di loro non sa scrivere bene; anzi, scrive male.
In un paese normale la logica conseguenza di quanto appena detto sarebbe stata un’indagine sull’insegnamento della lingua italiana dai sei ai quattordici anni, con qualche conseguenza significativa per cambiare qualcosa che evidentemente non va.
Invece nella scuola italiana c’è soprattutto un gran fervore sull’argomento tecnologia, sempre più presente nei collegi docenti e nei pensieri del Miur. Sembra che grazie ad essa il futuro sarà radioso per tutti.
Ma è proprio così?


L’ultimo rapporto Ocse, settembre 2015, Students, computer and learning, dice, in pratica, che i Paesi che hanno fatto grandi investimenti nelle dotazioni tecnologiche delle loro scuole non hanno risultati apprezzabili nelle performance in lettura, matematica o scienze. E la tecnologia non ha avuto neanche effetti rilevanti per quanto riguarda l’inclusione e nel recupero degli studenti più poveri e disagiati.
“Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching”.
Paesi che hanno un uso più capillare del digitale a scuola hanno visto addirittura un peggioramento nelle capacità di lettura.


La scuola digitale quindi non mantiene fede alle promesse della tecnologia.
Anche se, sempre l’Ocse, non c’è dubbio che le competenze digitali rappresentino un elemento fondamentale per l’inclusione in una società in cui la tecnologia è sempre più pervasiva.
Quindi – è il consiglio dell’Ocse – bisogna investire ancora di più nell’istruzione e nella didattica: la tecnologia non è efficace se utilizzata in maniera sostitutiva rispetto alla didattica. Riempire le aule di computer, insomma, risulta alla fine di scarsa utilità.


Ricordiamo la recente lettera aperta di 600 docenti universitari al Presidente del consiglio, alla ministra dell’Istruzione e al Parlamento italiano, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana».
E non dimentichiamoci una frase di Socrate, che diceva più o meno così: “Se soffre la grammatica soffre l’anima”.


Infine, un barlume di speranza: l’iniziativa della ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, febbraio 2017, di «promuovere nelle scuole una riflessione su come migliorare la conoscenza della lingua italiana, che è alla base del nostro sentirci una comunità». Anche perché la conoscenza della lingua italiana è propedeutica a tutti gli altri apprendimenti.
Certo, al fine di migliorare tale conoscenza non aiuta il fatto che in tante scuole primarie italiane è previsto che allo studio della lingua italiana siano dedicate sole sei delle quaranta ore che i bambini settimanalmente passano a scuola.
Incredibile, ma vero.


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