Personale della scuola

Un passo avanti per gli studenti ma in primo piano restano i precari

di Eugenio Bruno

La Buona Scuola arriva al traguardo. E - dopo l’ok definitivo del Consiglio dei ministri di ieri agli ultimi otto decreti attuativi della legge 107 del 2015 - si conferma un po’ più a misura di studente. Grazie soprattutto al raddoppio dei fondi per il diritto allo studio e al duplice dietrofront rispetto alle intenzioni iniziali di depotenziare i test Invalsi e ammettere agli esami di maturità anche con la media del 6 anziché con la sufficienza in tutte le materie. Due misure che, se accolte, avrebbero abbassato gli standard qualitativi (già bassi secondo le rilevazioni internazionali) del nostro sistema di istruzione. Ecco perché già aver desistito dai propositi iniziali su entrambi gli aspetti può essere considerata una buona notizia. Così come il mantenimento della bocciatura alle scuole elementari sebbene limitata ai soli casi eccezionali.

Un impatto positivo non solo per i ragazzi ma anche per le loro famiglie è atteso poi dal riordino della scuola dell’infanzia che accompagnerà i bambini dalla nascita al sesto anno di età e potrà contare su un fondo ad hoc di 239 milioni. Con un occhio di riguardo sia alla qualità del personale, che dovrà avere una formazione universitaria, sia alle tasche dei genitori: arriverà infatti il tetto massimo ai contributi che gli istituti potranno chiedere. Un segnale di attenzione che fa il paio con l’attuazione della delega sul sostegno. I docenti che dovranno assistere gli alunni diversamente abili dovranno infatti avere una formazione su misura. Fermo restando che tutti gli insegnanti avranno nel loro percorso di studi le metodologie per l’inclusione e che i contingenti di assistenti tecnico amministrativi (Ata) da assegnare alle scuole saranno stabiliti sulla base della presenza di studenti con disabilità. Che - ed è un’altra good news - non vedranno cambiare ogni anno i loro prof ma potranno contare su supplenti con un contratto pluriennale.

Tutti questi segnali di attenzione alle esigenze degli alunni non sono però sufficienti a vincere il retropensiero che a occupare la mente del governo Gentiloni ci siano soprattutto i bisogni degli insegnanti. Come del resto era già accaduto per l’esecutivo precedente che nelle ultime settimane aveva inserito la retromarcia su alcuni dei punti più qualificanti della riforma: dalla chiamata diretta al merito, dalle assunzioni al potenziamento dell’offerta formativa. Basti pensare al meccanismo messo su per la nuova abilitazione dei prof (su cui si rimanda all’articolo qui accanto). Che tra i suoi obiettivi dichiarati ha lo svecchiamento del nostro corpo docente. Ma questo sogno difficilmente si realizzerà prima del 2022 quando approderanno in cattedra i primi neoabilitati se non addirittura del 2030 quando i vincitori dei “concorsi-corsi” otterranno un maggior numero di incarichi. Grazie a una lunghissima fase transitoria che assicurerà una scorciatoia agli abilitati di seconda fascia e ai non abilitati di terza. Con buona pace di un paese che già oggi primeggia in Europa per l’età media più elevata dei suoi insegnanti.


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