Famiglie e studenti

Istituti religiosi, niente sconto dal fisco se la retta elevata rende l’attività commerciale

di Marina Castellaneta

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Via libera alle esenzioni fiscali a favore di enti ecclesiastici che svolgono un’attività educativa senza connotazioni commerciali. E questo anche quando le prestazioni di insegnamento non perseguono un obiettivo strettamente religioso. Lo scrive l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Kokott, nelle conclusioni depositate ieri nella causa C-74/16.

La vicenda
A rivolgersi alla Corte Ue, i giudici amministrativi spagnoli alle prese con una controversia tra un istituto della Chiesa cattolica e il comune di Getafe (Madrid). L’ente aveva chiesto di essere autorizzato ad ampliare un edificio utilizzato dalla scuola come sala conferenze e, dopo aver versato le imposte previste, aveva presentato domanda di rimborso in base a una Convenzione del 1979 tra Spagna e Santa Sede. Il Comune aveva respinto la richiesta perché l'attività, a suo dire, non era collegata agli obiettivi religiosi della Chiesa cattolica. Di qui l'azione dinanzi ai giudici spagnoli che, prima di pronunciarsi, hanno chiamato in aiuto i giudici Ue per alcune questioni interpretative in materia di aiuti di Stato.

Le conclusioni dell’avvocato generale della Corte
L’avvocato generale della Corte, le cui conclusioni non sono vincolanti anche se in genere seguite dagli eurogiudici, è partito dalla classificazione dell’ente ecclesiastico chiarendo che, anche se al centro dell’attività della chiesa vi sono compiti religiosi, pastorali e sociali non può essere escluso che singole attività possano essere considerate di carattere economico. Per verificare l’applicazione dell'articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea che si occupa degli aiuti di Stato, è necessario, quindi, analizzare le singole attività dell'ente. Se l’ente religioso - osserva Kokott – gestisce i propri istituti con un approccio commerciale «ed eroga le attività didattiche ivi tenute essenzialmente quale controprestazione per i contributi economici e le altre prestazioni pecuniariamente quantificabili degli scolari e dei loro genitori» vuol dire che l'ente eroga servizi e, quindi, svolge un'attività economica.

Lo scenario cambia se l'ente religioso gestisce l'istituto scolastico non con modalità commerciali ma nell'ambito sociale, culturale ed educativo «non ricorrendo o ricorrendo solo marginalmente per il finanziamento delle lezioni ai contributi degli scolari o dei loro genitori». In quest'ultima ipotesi, manca l'attività economica e, quindi, la normativa Ue sulla libera concorrenza non va applicata. Di conseguenza, l'esenzione fiscale non è un aiuto di Stato e può essere concessa all'ente ecclesiastico. E questo anche quando l'attività svolta negli edifici non persegua un obiettivo strettamente religioso, proprio perché è sufficiente che con i servizi didattici l'ente persegua realmente un obiettivo sociale, culturale ed educativo.

Per l'Avvocato generale, spetta poi ai giudici nazionali verificare, per l'ente che svolge una pluralità di servizi didattici, quale attività è realizzata senza motivi commerciali nell'edificio per il quale è chiesta l'esenzione, tenendo conto del numero di classi e di ore di lezione, del numero di scolari e di insegnanti impegnati nelle diverse attività, nonché del budget medio annuale che la scuola destina alle diverse attività didattiche. Se l'attività imprenditoriale è marginale è giusto negare che si tratti di attività economica lasciando spazio alle esenzioni.


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