Famiglie e studenti

Ma la maturità così com’è (e come sarà) ha ancora un senso?

di Luisa Ribolzi

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In questi giorni, circa 500mila ragazzi e ragazze dell’ultimo anno hanno saputo finalmente quali sono le materie della seconda prova scritta (quella di italiano, nelle sue varie forme, è comune a tutti) dell’esame di Stato: latino al classico, matematica allo scientifico (non fisica, per carità!), scienze umane nei licei delle scienze sociali, la lingua straniera 1 al liceo linguistico, varie materie attinenti alle specializzazioni nelle altre scuole. La terza prova verrà deliberata dalla commissione. L’attribuzione dei punteggi per raggiungere l’ambito cento o addirittura cento e lode avviene (oltre che, secondo alcuni malvagi, in base alla zona di residenza) in base a complicati meccanismi di attribuzione. La conseguenza immediata di questa comunicazione è che da qui alla fine dell’anno tutte le altre materie diventeranno immediatamente figlie di un dio minore, anche se i voti di ammissione hanno una certa importanza.

Sei cambi in meno vent’anni
Ma dal prossimo anno tutto cambierà, per la sesta volta in meno di vent’anni (1998, 2000, 2002, 2007, 2008, 2009, e non escludo che me ne sia sfuggita qualcuna).
La domanda di fondo non è se la formula nuova sia migliore o peggiore di quella attuale, ma se ha senso mantenere in vita l’esame di Stato, quella maturità che ha rappresentato una sorta di rito di passaggio intorno a cui è nata una mitologia, dalla «notte prima degli esami» al viaggio post diploma «nell’estate più libera della vita».
Secondo il decreto, «l’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado verifica i livelli di apprendimento conseguiti da ciascun candidato in relazione alle conoscenze, abilità e competenze proprie di ogni indirizzo di studi, (...) anche in funzione orientativa per il proseguimento degli studi di ordine superiore ovvero per l’inserimento nel mondo del lavoro». Ho dei dubbi sulla capacità di misurare i livelli di apprendimento, ma anche sulla funzione orientativa, proprio perché all’annuncio delle materie estratte fa seguito un accentramento su di esse, indipendentemente dagli interessi e dalle prospettive personali. L’introduzione di una valorizzazione dell’esperienza di alternanza potrebbe essere positiva, se non fosse che la qualità dell’alternanza stessa è variabile, e sfugge al controllo dei ragazzi.

Un percorso lungo 140 anni
In una vicenda articolata su 140 anni (il primo “regolamento speciale per gli esami di licenza liceale” è del 1877) si è visto di tutto: il decreto valorizza il percorso del triennio, ma già nel 1877 si prevedeva che gli studenti con la media di 7/10 in tutte le materie in tutti gli anni di corso avrebbero potuto conseguire la licenza senza esame. Il punteggio è passato dai decimi ai sessantesimi ai centesimi; sono cambiati il numero e il tipo delle prove, l’ampiezza del programma (da tutto il programma di tutti gli anni a parti scelte di poche materie dell’ultimo anno), i requisiti per l’ammissibilità, la composizione della commissione, che torna a vedere un presidente e tre commissari «nominati dal dirigente preposto dell’Ufficio scolastico regionale sulla base di criteri determinati a livello nazionale dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca», che «assicura specifiche azioni formative per il corretto svolgimento della funzione di presidente». Tenuto conto della retribuzione prevista e dell’ impegno richiesto, si presuppone l’intervento della forza pubblica per disciplinare le folle di aspiranti…

Smarrita la funzione selettiva
L’esame ha perso qualsiasi funzione selettiva: per chi arriva all’ultimo anno di corso, le probabilità di ottenere il diploma sono superiori al 95%: nella prima sperimentazione dell’esame di Stato nella scuola pubblica, nel 1923-24, a Torino, per esempio, i bocciati furono il 68%... L’attendibilità dei punteggi è stata criticata duramente, sia per le differenze territoriali, sia perché il confronto fra gli esiti dei test standardizzati, come Pisa o Invalsi, e le valutazioni delle commissioni mostra preoccupanti scollamenti. Il costo complessivo è variamente stimato fra il 65 e gli 80 milioni di euro, il che significa che ogni diplomato costa allo Stato fra 160 e 200 euro, a fronte di un versamento di 27,22 euro.


Personalmente, ritengo più sensato che alla fine del triennio il consiglio di classe rilasci un attestato di completamento degli studi, compilato sulla base del rendimento documentato dai registri e dalle pagelle. Saranno le università a valutare le competenze dei candidati per le materie richieste in entrata, così come saranno le imprese (che del resto già lo fanno) a valutare i curricoli dei diplomati, tenendo conto anche di molte dimensioni che la scuola non misura o non fornisce. Ma l’esame di Stato è collegato al valore legale del titolo di studio, e quindi non può essere abolito: però possiamo, per favore, evitare di modificarlo ulteriormente, finché non se ne siano definiti il ruolo e il valore?


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