Famiglie e studenti

Shoah, a Milano il progetto “Pietre d’inciampo” diventa strumento didattico

di Maria Piera Ceci

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«Sul nostro gruppo Whatsapp i ragazzi erano indignati e hanno deciso di fare volantinaggio. E allora abbiamo capito che avevamo seminato qualcosa di importante». Così parla Alessandra Minerbi, vicepreside dell’istituto comprensivo “Quintino Di Vona-Tito Speri” di Milano. I ragazzi indignati sono i 28 alunni di terza media che sono andati a testimoniare la loro rabbia di fronte alla pietra d’inciampo imbrattata solo qualche giorno dopo la posa, il 21 gennaio in via Plinio, per ricordare Dante Coen, deportato ad Auschwitz ed ucciso a Buchenvald. Sì, perchè per loro ormai Dante Coen non è più uno dei sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento, ma è una persona con una storia che loro conoscono molto bene. Se la sono fatta raccontare dalla figlia Ornella. Così come si sono fatti raccontare chi era Giuliano Banfi, anche lui deportato. A raccontargli che tipo era, come era vissuto, il figlio Gianluigi. Dante Coen e Giuliano Banfi, come altre quattro persone: ebrei ed oppositori politici morti dei campi di concentramento. Davanti alle case di Milano dai quali sono usciti per non tornare più ora ci sono sei pietre d’inciampo, che riportano il loro nome, la data di nascita, la data e il luogo di deportazione e - se nota - la data di morte. E i 28 ragazzi erano lì a guardare mentre venivano posate. E’ stato l’ultimo atto di un lavoro lungo e minuzioso fatto a scuola.


«Ho saputo alla fine di settembre che sarebbero state poste le pietre d’inciampo a Milano, avevo avuto modo di sentire dei colleghi che avevano seguito la cosa a Torino e mi sembrava una grande occasione didattica», racconta Alessandra Minerbi. «Abbiamo chiesto ai ragazzi di terza media chi voleva partecipare e mi hanno seguito in 28. Ci siamo divisi in tre gruppi di lavoro: uno si è occupato dei contenuti, cioè di ricostruire le vicende delle sei persone per le quali erano state pensate le pietre, cercando di capire le differenze fra i tre che vennero deportati per motivi razziali e i tre per motivi politici, un secondo gruppo si è occupato della comunicazione e del sito e un terzo si è occupato di “eventi e territorio”, facendo soprattutto volantinaggio e andando sui luoghi dove sarebbero state poste le pietre per raccontare la storia di chi veniva ricordato».
I ragazzi hanno lavorato al progetto al di fuori dell’orario scolastico, nel pomeriggio o nei finesettimana. E il momento più bello non è stato quello della posa. Troppa gente, troppa confusione. «Due i momenti più belli: quando abbiamo sentito Liliana Segre al Binario 21 che ha raccontato la sua esperienza di deportata e anche dell’importanza della pietra in memoria di suo padre e poi quando ho acceso il cellulare e ho letto nei messaggi dei ragazzi l’indignazione per quello sfregio alla pietra di Dante Coen, tanto che hanno deciso di andare a fare il volantinaggio».


Un lavoro di ricerca e documentazione impegnativo per dei ragazzi di 13 anni. «Credo che sia sempre importante farli ragionare sul passato e sui suoi riflessi sul presente. La Giornata della Memoria non deve essere la commemorazione del 27 gennaio in cui si vede tutti insieme un film e si perdono due ore di lezione, ma deve servire per capire come si è arrivati a quello che è successo e che importanza ha avuto quanto successo nel cuore dell’Europa a metà del secolo scorso. E’ importante ragionare con loro su quali sono i riflessi e alle analogie con quello che può succedere ancora oggi, anche se in altro modo, in altre forme e in altro luogo. Bisogna essere vigili. Per questo è importante ragionarne a questa età».


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