Famiglie e studenti

Il piano incompiuto delle riforme

di Antonello Cherchi

La flessibilità c’è stata, le riforme meno. Flessibilità in cambio di riforme: questo aveva chiesto il Governo italiano alla Ue a partire dal 2015. Scambio accordato nei termini dello 0,5% del Pil, ovvero circa 8 miliardi di euro di “deviazione” rispetto agli impegni chiesti da Bruxelles nel raddrizzamento dei conti pubblici. Il massimo concesso alla clausola delle riforme, poi declinata nel programma nazionale di misure varato nella primavera scorsa come parte integrante del Def, il Documento di economia e finanza.

Di quel programma, almeno relativamente alle scadenze da centrare nel 2016, una parte è stata portata a termine, ma un’altra - pure fondamentale per tener fede agli impegni con l’Unione, che proprio in questi giorni ha chiesto all’Italia nuove correzioni di rotta - è ancora in cantiere o è comunque capitolata.

È il caso della riforma istituzionale, che doveva riorganizzare il Senato e mettere fine al bicameralismo perfetto, nonché rivedere la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni previste dal Titolo V della Costituzione. La riforma è arrivata in porto, ma il referendum del 4 dicembre l’ha definitivamente (almeno per il momento) archiviata, con le ripercussioni che si conoscono sulle sorti del Governo Renzi. Tra gli interventi previsti dal programma nazionale di riforma (Pnr) c’è anche il progetto di legge per la prevenzione dei conflitti d’interesse, misura che è invece ancora in itinere, poiché è stata approvata dalla Camera a febbraio e ora è all’esame del Senato.

La parte più deficitaria del cronoprogramma messo a punto dall’allora Governo Renzi, ma a cui l’attuale Esecutivo guidato da Paolo Gentiloni ha dichiarato di volersi in gran parte rifare, è quella relativa alla giustizia. L’Europa aveva vivamente raccomandato al nostro Paese di intervenire in modo significativo sui processi, così da ridurne i tempi e aumentare l’efficienza del sistema. Sulla materia il Governo aveva, pertanto, approntato un fitto calendario, che prevedeva la riforma del processo penale e della prescrizione, interventi sul civile , sulle crisi d’impresa e sulla magistratura onoraria. Solo il disegno di legge sui giudici di pace e sulle altre figure di magistrati non togati è, però, arrivato in porto. Gli altri sostano ancora in Parlamento: tutti hanno all’attivo l’approvazione di almeno un ramo del Parlamento, tranne quello contro la criminalità organizzata, ancora al primo esame del Senato, e quello sulle crisi d’impresa, che è stato stralciato.

Altra casella che premeva a Bruxelles e che, invece, è ancora vuota è quella sulla concorrenza. Il disegno di legge per il 2015 langue alle Camere: presentato ad aprile 2015, è stato approvato da Montecitorio a ottobre dello stesso anno e da allora è all’attenzione di Palazzo Madama. Di quello per il 2016, poi, non c’è proprio traccia.

Capitoli particolarmente importanti per la Ue erano quelli del lavoro, della pubblica amministrazione, della spending review, della formazione e del fisco. In questi settori la gran parte del lavoro è stata portata a termine, anche se si tratta ora di metterla in pratica. Il Jobs act è la riforma più avanzata: varati i decreti attuativi previsti dalla delega, nel 2016 il Governo ha portato a termine gli ulteriori provvedimenti applicativi, quelli previsti dal decreto legislativo 150 del 2015: la definizione delle politiche attive per il lavoro, il trasferimento di risorse dal ministero del Lavoro all’Isfol e all’Anpal, la definizione dello statuto di quest’ultima Agenzia. Dopo la recente sentenza della Corte costituzionale, però, resta aperta la partita per i referendum sui voucher e sugli appalti, mentre non è passato quello sull’articolo 18.

Sempre la Consulta ha scombussolato le carte della riforma Madia della pubblica amministrazione, facendo venire meno i decreti attuativi sulla dirigenza e sul trasporto pubblico locale. Gli altri atti applicativi sono, invece, arrivati in porto, anche se a tre di essi, comunque coinvolti dal verdetto della Corte, si dovrà rimettere mano.

Seppure in zona Cesarini - il 14 gennaio, un giorno prima che scadesse la delega - il Governo ha comunque varato i decreti attuativi della Buona scuola, che adesso devono aspettare i vari pareri.

Nel 2016 è stato affrontato anche il discorso spending review, con interventi per limare le spese pubbliche. Minori successi sono stati, invece, conseguiti sul versante fiscale, a cominciare dall’annunciata riforma del Catasto, ormai da iscrivere alle grandi incompiute.


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