Famiglie e studenti

Tullio De Mauro, la lucidità del pensiero applicato alla parola

di Riccardo Piaggio

Era il 1978. Nel celebre documentario di Vittorio De Seta “Quando la Scuola cambia”, Tullio De Mauro offrì una profonda, estesa e molto umana definizione di una parola che, nei successivi quarant’anni, avrebbe generato una melassa di equivoci, appiccicandosi a ogni frammento della nostra vita sociale. La cultura? «Una bussola per orientarsi nel mondo della diversità che ci aspetta. Fuori dalla scuola non troveremo tavole logaritmiche o dizionari, ma uomini e donne molto diversi gli uni dagli altri. Con i quali fare i conti». Sine qua non. Con la cultura non si mangia (almeno nel nostro Paese), ma si cresce con una certa solidità.

La cultura non è ciò che sappiamo, ma ciò che siamo
Anche, e soprattutto, fuori dai salotti e dalle Accademie. Tullio De Mauro, linguista, ministro della Cultura, umanista e sopra tutto Grande lettore, ci suggeriva qualcosa di potente, da maneggiare con cautela: la cultura non è ciò che sappiamo, ma ciò che siamo, è la sintassi delle relazioni umane e sociali. Delle quali, per la non comune umiltà, era un maestro. Ho avuto il privilegio di dialogare con lui per una intera giornata, due anni fa, in occasione di un mio cortometraggio, ancora inedito, sull’idea di bibliodiversità, “Futuro anteriore”, perché il futuro poggia sempre su un’ipotesi e cavalca spalle in grado di sostenerlo. De Mauro, anche in quell’occasione, si sosteneva su quelle amorevoli della moglie Silvana Ferreri, filologa, che lo accompagnava con straordinaria discrezione (virtù necessariamente femminile). Aveva da poco smesso di fumare; fui complice, durante un incontro l’anno precedente, di una delle ultime sigarette furtive, cosa che aggiungeva umanità e vitalità a questo antico protagonista della nostra vita sociale, prima ancora che culturale. Non ricordo quale fu la prima cosa di cui parlammo: ciò che mi colpì, prima ancora di scavare il senso di parole che si srotolavano come in una Fuga musicale dei Maestri barocchi, era la lucidità del pensiero applicato alla parola. Oralmente, avrebbe potuto scrivere un libro, punteggiatura compresa. Era primavera, durante l’inaugurazione del nuovo Fondo a lui dedicatodalla Rete italiana di Cultura Popolare e dalla Società Consortile OGR-CRT, ospitato a Torino in una palazzina Liberty il cui indirizzo porta il nome di Paolo Borsellino, vittima dei sicari della mafia così come il fratello Mauro, assassinato nel 1970. De Mauro vi si avvicinò sorpreso ed emozionato. I suoi libri, raccolti uno ad uno e ciascuno con la propria storia, finalmente avevano preso la consistenza di una grande mappa sinottica, colma di tesori (ancora) nascosti: «Ho avuto il privilegio, del tutto immeritato, di crescere in una famiglia in cui c’erano libri; tra questi mi ha colpito la presenza di libri dialettali, da “Lo cunto de li cunti” di Basile, alle commedie di Eduardo. E di Peppino».

Il Fondo De Mauro, tra bibliodiversità e utopia
Da qui, dalla biblioteca dei nonni, del padre e del fratello, comincia un viaggio d’esplorazione, durato oltre cinquant’anni nelle parole, nelle storie e perfino nelle vite dei grandi autori dialettali e non dei nostri territori e del nostro Paese. De Mauro era persuaso che i nostri dialetti fossero (e continuino ad essere) un formidabile e solido ponte culturale e identitario in grado di sostenere e condurre le comunità territoriali verso un’autentica partecipazione alla cultura europea e globale, oltre che verso l’attuale lingua unitaria, l’inglese. Si parlò dunque di bibliodiversità e di utopia, concetti che quel giorno, nel foyer del Teatro Regio, vennero evocati anche da una testimone e osservatrice di entrambi, la scrittrice Michela Murgia, che fece il migliore degli auguri possibili al nuovo Fondo: «Il concetto di utopia è connesso al concetto di debolezza; soltanto i deboli possono coltivarlo. I cambiamenti sociali vengono sempre dai deboli, perché chi è forte non ha alcun interesse a cambiare le cose».

Oltre 4mila documenti
E proprio su queste premesse è nato il Fondo De Mauro (ora mi auguro che il pensiero, l’opera e la vita di Tullio De Mauro abbiano qui un primo, piccolo rifugio sicuro), che potrà vivere (o sopravvivere) solo divenendo liquido e accessibile, in particolare ai socialmente deboli; ne sconsigliamo l’uso solo ai deboli di spirito: oltre quattromila documenti, tra manoscritti, riviste, lettere e opuscoli dedicati ai dialetti italiani, alle lingue di minoranza e alla letteratura popolare. Il repèrage di una vita, con rare testimonianze di cose preziose: proverbi e canti popolari, racconti, antologie e saggi, da Trilussa a Roberto De Simone, da Pasolini a Ignazio Buttitta, comprese le incredibili versioni dialettali della Commedia di Dante. Quel giorno il Professore, amante della vita e con grande senso del realismo, ne selezionò una terzina, la più idonea a fornire una sintetica narrazione del nostro Paese (andò a colpo sicuro in Purgatorio, ché da noi si aggiusta tutto). Otto autori dialettali lo declinarono in Piazza Carignano; «Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di provincie, ma bordello!».


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