Famiglie e studenti

Alternanza e istruzione tecnica strategici per il futuro del Paese

di Giovanni Brugnoli*

«L’struzione è il motore dello sviluppo; deve assicurare processi formativi innovativi che offrano al mondo del lavoro, insieme alle figure tradizionali, le nuove professionalità richieste nella società di oggi, nel solco della nostra grande tradizione umanistica». Il 18 settembre del 2002, il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, nel suo discorso di avvio dell’anno scolastico, ricordava il valore che l’istruzione ha per lo sviluppo e la crescita di una nazione. Quelle parole hanno forse più valore oggi di allora. In una fase delicata della nostra vita nazionale, in cui facciamo fatica a vedere segni di luce, concentrarsi su questo messaggio e impegnarsi per le giovani generazioni è a mio avviso uno dei possibili punti di svolta. In particolare, per Confindustria e per le imprese, quell’invito di Ciampi a innovare, a guardare alla domanda di domani, a un rapporto aperto tra istruzione e lavoro sono importantissimi. In particolare credo che l’alternanza scuola lavoro e una forte innovazione nell’istruzione terziaria siano quanto mai strategici per il futuro del nostro Paese.

Sono convinto che l’introduzione dell’alternanza come nuova metodologia didattica sia da considerarsi come una discontinuità storica, non solo per il mondo dell’istruzione e delle imprese, ma per la cultura italiana più in generale. Unici nel mondo occidentale ci siamo trascinati a lungo un dialogo faticoso, se non ostile, tra scuola e lavoro. Questo antico retaggio, di una cultura che ha sempre visto nel lavoro il luogo dell’esecuzione e nell’aula l’istituto esclusivo dell’apprendimento, è stato finalmente superato gettando il cuore oltre l’ostacolo. Partendo da esperienze qualificate ma episodiche, siamo saltati all’alternanza obbligatoria e per tutti. Ma è inutile recriminare su come si sarebbe potuto fare in modo più graduale, dobbiamo farla funzionare e da subito. La collaborazione tra Confindustria, le sue Associazioni, le imprese e le istituzioni è stata finora proficua. Le stime dicono che sono più di 700mila i giovani che hanno fatto le prime esperienze, con ovvie zone d’ombra che ci si poteva attendere, ma anche tanti casi virtuosi che confortano chi, come il sottoscritto, pensa che si sia iniziato in modo positivo. Poi dovremo popolare il registro delle imprese che offrono alternanza. A regime credo che dovrebbe essere fiscalmente agevolato chi apre le porte della propria azienda e mette a disposizione competenze e personale.

L’alternanza è anche un’opportunità per mettere al centro dell’attenzione delle famiglie e dei giovani italiani, il fatto che in Italia la cultura dei produttori è ancora vivacissima. Sono i nostri maker che reggono la gara sui mercati globali, che offrono occasioni solide di lavoro che i giovani scartano a priori o peggio non considerano neppure. Su questo stiamo vivendo un paradosso pericoloso. Mentre vinciamo con il made-in e la nostra qualità e creatività è apprezzata in tutto il mondo, perdiamo la tradizione dei mestieri di produzione che sono alla base di questo successo. Il made in non significa solo brand o griffe, vuol dire per l’appunto fatto, trasformato in Italia. Oggi in moltissimi casi prepariamo al mondo del lavoro giovani invecchiati nelle aule, iper-teorici e ipo-realizzati, in attesa di opportunità create dalle mode del momento. I costi sociali sono elevatissimi. I nostri giovani diventano autonomi tra i 20 e i 29 anni in una misura che è la metà dei loro coetanei europei. Il fenomeno dei fuori corso e della dispersione a tutti i livelli di istruzione è grave, una vera e propria piaga nel Mezzogiorno. Abbiamo accorciato a tre anni i tempi del primo livello di laurea, ma ce la troviamo sempre a sei o sette nella realtà. Il totale è che chi ce la fa si affaccia al lavoro tra i 26 e i 29 anni. Credo sia venuto il momento giusto per mettere mano all’istruzione terziaria superiore, agli ITS e in generale all’offerta tecnico-professionale non universitaria. È una strada poco battuta dai nostri giovani, sono 5mila contro gli 800mila tedeschi a parità di studenti universitari. A questi pochi dà molte soddisfazioni, con tassi di più dell’80% di collocazione al lavoro. È un percorso di successo che soddisferebbe almeno anche parte di quei bisogni che possono rendere più competitiva l’impresa italiana. Promuoverli, renderli più semplici, legarli flessibilmente alla domanda dei territori, sono interventi che possono dare speranza alle esigenze di autonomia, lavoro e autorealizzazione dei nostri ragazzi.

Le previsioni di tutti vedono uno spostamento rapido dell’asticella delle competenze richieste verso l’alto. Già oggi questo fenomeno produce in Italia 60mila posti tecnici non coperti. Per questo il nostro impegno di questi anni sarà quello di contribuire a modernizzare un sistema educativo che deve affrontare il cambiamento dei paradigmi della modernità, inseguire con attenzione e sensibilità i talenti e le propensioni individuali, ampliare il peso della ricerca e dell’apprendimento collaborativo e attivo, rimuovere le rigide barriere burocratico disciplinari, utilizzare in maniera diffusa la leva digitale, partecipare al processo di cambiamento del paese verso il 4.0, avendo compreso che non lo si fa più solo seduti in un banco di scuola.

In Confindustria lavoreremo per potenziare le tante buone esperienze di collaborazione tra imprese, scuole e associazioni per farne un sistema diffuso, un cantiere educativo paese, che torni all’etimologia originale dell’educare, estrarre i migliori valori e talenti delle persone, innovando e avendo buona memoria delle nostre straordinarie vocazioni, come ci diceva la saggezza di Carlo Azeglio Ciampi.

*Vicepresidente per il Capitale umano di Confindustria
© RIPRODUZIONE RISERVATA