Famiglie e studenti

Equità e risorse i nodi nell’istruzione italiana

di Gabriele Marconi*


Un merito delle recenti riforme del ciclo secondario d’istruzione è sicuramente l’aver innalzato la percentuale di giovani che completano un corso di studi secondario superiore, cresciuta dall’85% al 93% fra il 2010 e il 2014 (la media Ocse è rimasta stabile all’85%). Ma il conseguimento di un titolo d’istruzione terziario sembra rimanere, di fatto, confinato a coloro i cui genitori hanno già un buon livello di istruzione. In Italia, i due terzi dei 25-44enni con genitori laureati si sono laureati a loro volta, in linea con la media degli altri paesi con dati disponibili. Ma solo l’8% dei giovani adulti i cui genitori non hanno conseguito un diploma d’istruzione superiore si sono laureati, mentre negli altri paesi questa percentuale supera il 20%, in media. Per i figli di immigrati non diplomati, laurearsi è quasi impossibile: solo il 2% ci riesce, mentre la media per gli altri paesi è del 16%.

Soluzioni articolate
Non esistono soluzioni semplici a un problema di questa portata, ma un paio di considerazioni si possono fare. Innanzitutto, non va trascurata la necessità di mantenere e migliorare la qualità dell’istruzione secondaria, per garantire a tutti i ragazzi una preparazione adeguata a proseguire gli studi. Inoltre, a livello terziario occorre estendere l’istruzione professionale e part-time, per ravvivare l’interesse di studenti con necessità didattiche, lavorative e familiari diverse dagli studenti tradizionali. Per esempio, la proporzione di studenti part-time a livello terziario è trascurabile in Italia, ma raggiunge il 18% in media fra i paesi Ocse e supera il 50% in Svezia. Certo, per fare tutto questo ci vogliono risorse, e qui si apre un altro capitolo.

Capitolo risorse
L’Italia spende complessivamente 9.238 dollari per studente nei vari cicli d’istruzione, circa 1000 dollari meno della media Ocse. Già di per sé questo non è confortante, ma è necessario menzionare altri due fatti. Primo, il livello di spesa è particolarmente basso nel settore universitario, dove l’Italia spende per studente la metà della media degli altri grandi paesi industrializzati membri del G7. Secondo, la spesa per studente nell’istruzione primaria e secondaria è diminuita del 14% fra il 2008 e il 2013, mentre è cresciuta dell’8% fra i paesi Ocse. Se la crisi economica può spiegare una parte di questo calo, è anche vero che la spesa pubblica dipende dalle priorità politiche. La spesa pubblica in Italia ammonta al 51% del PIL, mentre la media Ocse si ferma al 44%. Ma solo il 7% di questa spesa è destinato all’istruzione, contro una media Ocse dell’11% (dietro di noi c’è solo l’Ungheria). E la crisi in Italia ha avuto un effetto ben diverso sulla spesa per l’istruzione (-13%) e sul livello generale della spesa pubblica (-2%). È presto per valutare, in ottica comparata, gli effetti degli investimenti sull’istruzione previsti dalle recenti riforme governative. Tuttavia, sembra certo che un aumento sostenibile delle risorse finanziare dell’istruzione italiana debba passare per una revisione di lungo termine delle priorità pubbliche.

* economista Ocse
(Le opinioni e gli argomenti contenuti in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente le posizioni ufficiali dell’Ocse o dei suoi paesi membri)


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