Famiglie e studenti

Via libera al «panino» in refettorio

di Claudio Tucci

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Gli studenti hanno diritto a consumare a scuola un pasto portato da casa. Il principio di diritto è stato affermato ieri dai giudici del Tribunale di Torino che, con una ordinanza, hanno respinto, giudicandolo infondato, un reclamo presentato dal ministero dell’Istruzione.

La storia
La vicenda prende spunto da un’azione giudiziaria di una cinquantina di famiglie di alunni della scuola primaria iscritti al “tempo pieno” che, protestando contro l’aumento del costo dei pasti e sulla qualità del cibo, hanno chiesto di poter scegliere, per i propri ragazzi, tra il servizio di refezione offerto dal comune e la consumazione, a scuola, durante l’orario del pranzo, di alimenti (per lo più panini) preparati a casa.

La sentenza
Sulla questione si erano già pronunciati a giugno i giudici torinesi, dando ragione alle famiglie ricorrenti. Le decisioni sono state “appellate” dal Miur, e ieri è arrivata la prima pronuncia di merito, che ha confermato la decisione iniziale ribadendo che il diritto allo studio, tutelato dalla Costituzione, obbligatorio e gratuito nel livello di istruzione inferiore per almeno otto anni, non possa essere negato nè subordinato all’adesione a un servizio a pagamento, come quello di refezione (motivazioni, quindi, che aprirebbero la strada a chiunque lo desideri di poter rifiutare il servizio mensa).

Le reazioni
L’ordinanza di ieri ha invitato poi la scuola a stabilire regole di convivenza visto l’utilizzo dello stesso refettorio che accoglie, durante la pausa pranzo, ragazzi che utilizzano il servizio di refezione e quelli che consumano il “pasto domestico”. Dal Miur hanno annunciato ricorso in Cassazione; e il dg dell’Usr Piemonte, Fabrizio Manca, ha reso noto che la settimana prossima (probabilmente il 20 settembre) ci sarà un incontro con comune, Regione e presidi per ragionare sulle modalità di esecuzione dell’ordinanza: «Da parte mia - ha spiegato il dg dell’Usr Piemonte - le priorità sono due: la sicurezza dei bambini ed evitare che per il personale scolastico si crei un aggravio di responsabilità».


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