Famiglie e studenti

Alternanza, allo studio un meccanismo per incentivare le aziende

di Maria Piera Ceci


Prevista dalla legge della Buona scuola e partita in tutta fretta lo scorso anno scolastico anche per il triennio dei licei, l’alternanza scuola lavoro entra quest’anno a pieno regime. Un anno dunque quello che sta partendo che dovrà vedere la messa a punto di un meccanismo che ha rivelato opportunità, ma anche qualche limite.
«Sicuramente quello che si è concluso a giugno è stato l’anno zero, nell’intenzione poi di far iniziare quest’anno in maniera più convinta», spiega Giovanni Brugnoli, vicepresidente Confindustria, con delega al capitale umano. «Ci sono state piccole difficoltà organizzative, perchè i provvedimenti vanno masticati, capiti e adeguati alle esigenze della comunità studentesca e delle imprese. Penso però che il risultato sia decisamente positivo e ci aspettiamo un importante risultato da quest’anno, perchè la platea studentesca inizia ad essere più ricca anche nei numeri».
Quante sono le aziende che si sono rese disponibili per ospitare gli studenti in alternanza scuola lavoro?
«Sono oltre ventimila le aziende che hanno aderito e quest’anno cercheremo di ampliare la platea delle imprese. A questo scopo stiamo cercando un meccanismo con il Miur e la Presidenza del consiglio per incentivare le aziende. Intercettare anche le medie, piccole e piccolissime imprese potrebbe far ruotare maggiormente il numero dei ragazzi, quindi è su questo binario che stiamo cercando di impostare il dialogo con il governo».
Un meccanismo dunque che può migliorare, anche alla luce delle esperienze realizzate lo scorso anno. Cosa c’è da cambiare?
«Una maggiore semplicità del meccanismo agevolerebbe l’apertura delle aziende a molti più studenti e quindi dobbiamo cercare di semplificare l’immissione dei ragazzi in alternanza. Per fare ciò, abbiamo chiesto al ministero di fare dei provvedimenti ad hoc, per semplificare e agevolare tutto, dai trasporti alle assicurazioni. Questo procedimento deve diventare una cosa naturale».
Com’è stato il rapporto con le scuole e in particolare con i licei, al loro debutto in esperienze di alternanza scuola lavoro, al contrario degli istituti tecnici che già da anni hanno messo in atto esperienze di stage?
«Il nostro principio è quello che le scuole (e quindi anche i licei) condividano un dialogo con le imprese che sono una grande fucina per l’occupabilità delle future generazioni. Anche i licei hanno capito questa impostazione, il dialogo è stato proficuo e continueremo anche quest’anno».
E nelle aziende invece com’è andata? Considerando che molti dei ragazzi che arrivano in alternanza sono minorenni e privi di alcuna esperienza, rappresentano un peso per le aziende?
«Come in tutte le novità, ci sono quelle che hanno giudicato l’esperienza molto positiva e quelle che vogliono una registrazione del meccanismo. Credo che necessiti di un cambio culturale vedere l’impresa come aspetto educativo e formativo dei ragazzi. Le imprese devono abituarsi a questa novità e fare di questa innovazione un proprio bacino di futuri lavoratori da immettere. Ci sono le imprese che si sono trovate immediatamente bene e altre che all’interno della novità hanno rivelato alcune lacune».
Molte scuole lo scorso anno scolastico si sono trovate in difficoltà nel trovare aziende disponibili ad accogliere gli studenti. In molti casi hanno dunque optato per la simulazione d’azienda, che prevede che alcuni professionisti aiutino i ragazzi in esercitazioni in classe. Non si tradisce così lo spirito della legge della Buonascuola?
«Sono convinto che respirare l’aria aziendale sia tutt’altra cosa che respirare quella all’interno delle aule. E’ corretto che ci siano state le simulazioni per quanto riguarda il primo anno, però andare in azienda è completamente diverso e ha un significato educativo molto più ampio».
Nonostante siano sempre meno le resistenze, parte del mondo della scuola ed alcune associazioni studentesche adombrano ancora il sospetto che i ragazzi vengono utilizzati per lavorare gratuitamente. Sentite ancora forte questo sospetto?
«Credo sia un retaggio culturale che dobbiamo toglierci dalla testa. Prima si percepisce il ruolo educativo dell’impresa, prima si riuscirà a condividere con le scuole questo procedimento. Quale miglior fucina è il rapporto con l’impresa già in età giovanile? Facendo così, già dai 16-17 anni si comincia a respirare l’aria aziendale e si percepisce cosa si deve fare, con quale impegno e con quali prospettive. Con questo cambio culturale avremo persone più formate e più abituate al mondo dell’impresa».
Prima campanella in questi giorni per quasi otto milioni di studenti. Cosa auspica per ragazzi e aziende?
«Per noi che lavoriamo in azienda, auspico di trovare in questo provvedimento terreno fertile per poter condividere con gli studenti che si affacciano all’alternanza scuola lavoro una volontà di essere inserito nelle nostre imprese. Abbiamo una grandissima necessità di figure altamente professionalizzanti. Abbiamo un gap fra domanda e offerta di circa sessantamila figure professionali che probabilmente con questo provvedimento nei prossimi anni riusciremo a colmare. Ai ragazzi auguro di impegnarsi al massimo, perchè il cammino dello studio e del lavoro devono risultare impegnativi, ma anche di soddisfazione».


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