Famiglie e studenti

Più peso ai test nei percorsi scolastici

di Gianni Bocchieri

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Sostanzialmente, il Rapporto annuale delle prove nazionali Invalsi del 2016 conferma le tradizionali linee di tendenza emerse negli anni precedenti. Dopo l’incredibile boicottaggio dell'anno scorso, quando gli stessi Sindacati hanno fissato la loro mobilitazione proprio nei giorni delle prove, quest'anno la copertura delle prove ha raggiunto circa 2 milioni di studenti, distribuiti in 115.739 classi delle 12.333 scuola coinvolte.
Per quanto riguarda le differenze territoriali, per la Matematica i risultati di quest’anno tendono a rafforzare il consolidato trend della polarizzazione delle differenze negli esiti a vantaggio delle regioni settentrionali ed a svantaggio di quelle meridionali. Stesso trend positivo delle Regioni del nord per le prove di Italiano. Marche, Lazio ed Umbria si differenziano positivamente nel confronto con le Regioni del Centro. Tra le regioni del Sud, quelle con il migliore risultato in matematica sono il Molise e la Basilicata.
Invece, risulta in aumento il fenomeno di cheating (“aiutino”), sebbene risulti neutralizzato dall'applicazione dei metodi statistici di correzione già individuati dall’Invalsi, negli anni scorsi. Nonostante l’ormai consueta presenza alle prove di un osservatore esterno, il cheating continua a rivelarsi un atteggiamento “connivente” dell'insegnante, che nella migliore delle ipotesi non ha vigilato sul corretto svolgimento delle prove consentendo ai ragazzi di scambiarsi informazioni.
Lo stesso Presidente dell'Istituto di Valutazione ha spiegato il continuo aumento di questo fenomeno come l'effetto della diffusa percezione delle prove come mero adempimento, per giunta non retribuito, ossia come strumento indiretto per la loro valutazione, soprattutto dopo il massiccio coinvolgimento delle Scuole nella gestione del Rapporto di autovalutazione (RAV). In effetti, non è ancora generalmente acquisito quale valutazione sia perseguita con le prove Invalsi. Gli stessi insegnanti non riescono a considerare queste prove come la valutazione degli apprendimenti acquisiti e ricorrono al cheating per aggirare la valutazione negativa, come fosse il vero problema da evitare. Eppure non è difficile realizzare che il miglioramento dei risultati di questa valutazione non può scaturire dalla negazione dei risultati negativi, che derivano dalle specificità territoriali o da particolari situazioni di disagio. Proprio per consentire una riflessione più approfondita sulle ragioni dei diversi risultati al netto dei fattori socio culturali sui quali i docenti difficilmente possono intervenire, è giusta la decisione dell'Invalsi di restituire alle Scuole i propri dati, assieme a quelli di 200 scuole con una popolazione studentesca caratterizzata da condizioni socio-economiche simili.
Infine, per ribadire il concetto per cui queste prove non sono uno strumento di valutazione nemmeno per l’andamento scolastico degli studenti, pare che il Ministero stia pensando di eliminarle dall'esame di terza media. Sebbene ancora somministrate, le prove così non dovrebbero incidere sul l'esito degli esami, sebbene lo stesso rapporto Invalsi abbia dimostrato come solo nel 5% dei casi del campione scelto il risultato delle prove nazionali abbia condizionato il voto finale d'esame.
Considerando le persistenti difficoltà della realizzazione di un compiuto sistema di valutazione del sistema di istruzione e di formazione, forse non è proprio questo il migliore futuro per le prove di valutazione degli apprendimenti. Al contrario, esse andrebbero ancora di più inserite nei percorsi scolastici per contestualizzarle meglio nel percorso educativo e per farle diventare un momento imprescindibile dei processi di apprendimento, a tutela e per l'interesse soprattutto degli studenti.


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