Famiglie e studenti

Ma se io fossi il Pil mi sentirei offeso

di Fabrizio Galimberti

Fra le prove d’esame per la maturità spunta anche, in ambito economico, il Pil. E gli studenti sono chiamati a commentare un paio di brani che parlano del Prodotto interno lordo.

Se io fossi il Pil, mi sarei offeso.

Una «misura senz’altro grossolana»... era lo sfogo di Robert Kennedy.

Una «misura senz’altro grossolana»... che ha dentro «le ambulanze per sgombrare le strade dalle carneficine di fine settimana, ...le porte blindate per le case e le prigioni per coloro che cercano di forzarle..., la produzione di testate nucleari..., le auto della polizia per fronteggiare le rivolte urbane...». Lo sfogo di Robert Kennedy, senatore e fratello del presidente John Kennedy, data del 18 marzo 1968, ottanta giorni prima di essere assassinato (come il fratello, con armi che facevano anch’esse parte del Pil, e se non dell’America di un altro Paese). E Robert conclude così il suo amaro discorso: il Pil «misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

Fin qui, il capo d’accusa. Ma ho il sospetto che gli studenti siano invitati a fare l’avvocato difensore. Per dichiararsi d’accordo con le intemerate di Robert Kennedy «cinque colonne di metà di foglio protocollo» (come da istruzioni ministeriali) sono anche troppe.

Allora, come si può venire in soccorso del Pil bistrattato? Non c’è nulla di sbagliato nelle cose che dice Kennedy. Il problema sta in quello che non dice. Il Pil non ha morale, è una misura. Una misura dei beni e servizi finali (si dice “finali” per evitare di addizionare il valore del pane e il valore della farina) prodotti nel Paese. Se poi il Paese decide di produrre più missili e meno ospedali, la colpa non è del Pil: la decisione è presa, in un Paese democratico, con l’abituale processo elezioni-Parlamento-Governo.

Quando si dice, quindi, che il Pil non misura tutte le dimensioni del benessere, si sfonda una porta aperta. Già da molti anni istituti di statistica e organismi internazionali sfornano misure alternative, come l’Indice di sviluppo umano (fonte Onu) o le misure del benessere rinvenibili nel sito dell’Istat (www.istat.it/it/misure-del-benessere).

Ma il Pil continua a essere una misura fondamentale, per due ragioni. In un mondo dove continuano a esistere grandi sacche di povertà e di fame (e non solo nei Paesi del Terzo mondo), il benessere materiale (fogne, elettricità, medicine, lavatrice, case, auto...) continua a essere la meta più ambita: primum vivere, deinde philosophari. Secondo, come si afferma giustamente nell’altra traccia del ministero sul Pil (tratta dall’«Enciclopedia dei ragazzi» della Treccani) c’è molta correlazione fra Pil e altre dimensioni del benessere: più un Paese è materialmente ricco, più si può permettere di spendere per la salute, per l’istruzione, per combattere l’inquinamento...

L’accorato appello di Robert Kennedy non è quindi una denigrazione del Pil quanto un richiamo a quei valori («sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità...») che per definizione non fanno parte del Pil. Certamente, il Pil, pur nell’asettica definizione che è appropriato attribuirgli, presenta problemi di definizione. Se una casa crolla, il Pil andrà ad aumentare (essendo “lordo”, cioè al lordo degli ammortamenti, non viene sottratto il valore della casa crollata mentre beneficerà del valore della casa rimessa in sesto). Il fascicolo del Sole 24 Ore sull’«Economia per la famiglia» uscito ieri («Il Pil e i conti dell’Italia») spiega perché, se un signore sposa la cuoca (o se – in omaggio al politicamente corretto – una signora sposa il cuoco) il Pil diminuisce. Ma, a parte queste incongruenze (che in quest’ultimo caso potrebbero essere superate se la cuoca o il cuoco appena impalmati decidessero di assumere un altro cuoco/cuoca...), il Pil continuerà a essere una stella polare del nostro benessere. A patto di non prenderlo per quello che non è.


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