ITS e imprese

La meccanica apre le porte agli studenti

di Claudio Tucci

La meccanica apre le porte agli studenti: sono già un centinaio, 104 per l’esattezza, le aziende, piccole e grandi, di tutt’Italia che ospiteranno i ragazzi provenienti da 50 istituti tecnici e professionali, a cui verrà offerto un percorso di formazione “on the job”, che peserà nel curriculum scolastico (e già dal prossimo anno anche all’esame di Stato) e sarà interamente progettato in accordo con le imprese.

A settembre parte la prima annualità del progetto di alternanza “Traineeship” targato Federmeccanica: complessivamente saranno coinvolte oltre 500 aziende e 5mila alunni. Sul piatto sono stati messi, grazie al ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca e Indire, circa 1,2 milioni di euro che serviranno per le attività di supporto all’ingresso dei giovani in contesti lavorativi; e anche per formare i tutor scolastici, direttamente in impresa (l’esperienza coinvolgerà 600 insegnanti).

Entro luglio ciascuna azienda renderà noto il percorso di studio e lavoro, che interesserà gli studenti degli ultimi tre anni: ci si assesterà intorno alle 400 ore, come previsto dalla legge 107. L’inserimento in formazione “on the job” potrà avvenire anche “a rotazione” durante l’anno per ovviare alle difficoltà di ospitare classi intere di 25-28 studenti. La struttura produttiva metterà a disposizione il proprio personale (i tutor aziendali), oltre alle attrezzature e agli spazi (molto spesso sottraendoli allo specifico core business). Ai ragazzi, partendo da un progetto pratico, verrà insegnato a risolvere un problema con un metodo analitico (bisogna formare i futuri meccanici, elettronici, meccatronici, informatici, elettromeccanici, termo-idraulici); e la collaborazione con i giovani potrà generare una positiva contaminazione culturale per far comprendere al mondo esterno il valore dell’industria, ma anche i suoi valori.

«Traineeship mette al centro i nostri ragazzi fornendo loro un apprendimento basato sull’esperienza lavorativa in fabbrica – spiega il presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi –. Si tratta di un cambio di paradigma che enfatizza il ruolo dell’impresa nella formazione delle competenze e allinea l’Italia alle esperienze più avanzate dei principali Paesi europei nostri competitor».

In questi giorni si stanno ultimando le azioni di accompagnamento: la metodologia che verrà utilizzata è d’avanguardia: l’alternanza si farà realmente nei luoghi di lavoro (e non attraverso forme “surrogate”), ci sarà una nuova organizzazione della didattica, coadiuvata da esperienze empiriche maturate nei processi produttivi, e le competenze acquisite verranno, poi, certificate da imprese e scuole. Il piano di studio e lavoro sarà flessibile, con programmi personalizzati: le ore di formazione sul campo serviranno per sviluppare i contenuti dell’indirizzo di studio; poi si punterà sulla didattica laboratoriale per rafforzare la “pratica educativa”.

«Si tratta di un progetto di grande valenza politica – aggiunge il vice presidente di Federmeccanica con delega all’Education, Federico Visentin –. L’obiettivo è mettere a sistema un modello condiviso di alternanza formativa, nel quale le competenze da trasmettere ai giovani, sia trasversali che tecniche, sono individuate, formate e valutate congiuntamente da scuola e impresa. Alle aziende è richiesto un grandissimo sforzo. Noi, come parti datoriali, siamo pronti. Aspettiamo che il governo faccia la sua parte supportando adeguatamente le imprese che si impegneranno fattivamente in queste attività».

In effetti, nel fare vera alternanza, l’impegno delle aziende è considerevole. Oltre a mezzi e personale, da impegnare permanentemente, c’è da formare il tutor scolastico (molto spesso un docente quasi all’asciutto di contatti con il mondo produttivo), senza considerare la gestione dei costi per la dotazione dei dispositivi di protezione individuali per gli alunni, e la solita eccessiva burocrazia amministrativa. Insomma, un percorso con diversi ostacoli. E i 100 milioni di euro, a regime, stanziati dalla Buona Scuola rischiano di essere insufficienti. Ma la strada è tracciata, e le imprese ci credono. Anche perché la formazione “on the job” è un’occasione unica per legare l’offerta formativa scolastica allo sviluppo socio-economico del territorio locale. Di qui la duplice richiesta all’Esecutivo: una “maggiore attenzione”, con aiuti ad hoc; e più coraggio nella valutazione finale dello studente, riconoscendo – quindi – non solo alla scuola, ma anche alle aziende la possibilità di co-valutare le competenze acquisite dal ragazzo.


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