Famiglie e studenti

Su «IL» spazio alle confessioni di un prof assunto con la buona scuola

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“Confessioni di un neoassunto della buona scuola”: questo il titolo dell'articolo del Fogliettone di IL, mensile del Sole 24 Ore dedicato alle Idee e al Lifestyle, in edicola da oggi, dove l'insegnante Mario Fillioley racconta il suo primo anno di prova in una scuola pubblica.

Il racconto in prima persona
«Durante l’anno di prova – scrive il giovane professore – ti viene ripetuto spesso quello che da anni Franco Lorenzoni o Giacomo Stella scrivono nei loro libri: se non sei un adulto in ricerca, la scuola non è il posto che fa per te. Alla scuola non servono detentori di chissà quale sapere, ma «facilitatori», intermediari fra gli studenti e le competenze che dovranno acquisire: in classe porrai delle questioni e assisterai gli studenti nel loro dipanarle».
«Questa cosa ti esalta – racconta Fillioley – hai la sensazione di essere stato assunto al Cnr e quando entri in aula vorresti tanto indossare un camice bianco: guiderai questo gruppo di giovani menti, ti dici, e lo farai tramite una didattica collaborativa, di gruppo, tra pari, abbandonando ciò che credevi di sapere e finendo con lo scoprire che il primo apprendimento è proprio il tuo. Bene, bello. Però a un certo punto ti devi per forza chiedere: ma sono un adulto in ricerca io? Be', sì, mi sono risposto, è una vita che non ci capisco niente, quindi direi che sono abbastanza in ricerca, e in effetti, come credo accada da sempre a molti disadattati, dentro l'aula mi sento piuttosto a mio agio. Così la tesi del Miur mi è sembrata ragionevole da subito: del resto bastano due ore per rendersi conto che qualunque restaurazione è utopica, che l'insegnante autoritario, dispensatore di lezioni frontali, è improponibile, nessuno può più pensare di farlo, indietro non si torna, e gli studenti di oggi ignorano perfino la possibilità che l'insegnante sia qualcuno da stare a sentire, perché questa presunta autorevolezza è scomparsa dovunque, a cominciare dalla famiglia, guidata più da fratelli maggiori che da genitori veri e propri, e quindi non si capisce per quale motivo dovrebbe sopravvivere a scuola».

Sullo stesso numero di «IL»
Spazio anche al racconto di nove mesi di esperienze dentro un’aula delle scuole medie.Tra ragazzi che oggi trovano tutto su Google, non capiscono più il senso dello studiare e a cui bisogna insegnare come “imparare ad imparare”.


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