Famiglie e studenti

Metodo Montessori: il sistema pedagogico italiano che riscuote successo internazionale

di Lorenza F. Pellegrini

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È difficile quantificare il numero delle scuole Montessori nel mondo. Molte strutture ne prendono solo il nome senza avere una certificazione (ed essere soggette a un controllo) da parte di enti accreditati come l’Association Montessori Internationale (Ami). Secondo stime non ufficiali, dovrebbero essere circa 20.000 (per alcuni addirittura 60.000), di cui oltre 5.000 negli Stati Uniti (200 quelle riconosciute da Ami Usa). In Italia quelle accreditate sono circa 250, un numero in lieve crescita, anche se l’espansione del metodo incontra diverse resistenze proprio nel Paese dove è stato concepito.

In Italia diffusione limitata
Per Benedetto Scoppola, presidente dell’Opera nazionale Montessori (Onm) e docente di fisica matematica all’Università di Roma “Tor Vergata”, ci sono diversi motivi alla base di questo sviluppo limitato. Il primo riguarda la legislazione, cioè la convenzione tra Onm e Miur. Se da un lato garantisce l’accesso a tutti i bambini all’istruzione montessoriana, dall’altro comporta alcuni vincoli. Ad esempio, «istituire una classe ex novo senza che l’ufficio scolastico regionale abbia assegnato una nuova sezione alla scuola è difficilissimo», perché comporterebbe un aggravio di spesa, cioè l’assunzione di docenti che per legge devono essere in possesso di un diploma Montessori.

Le intuizioni
Fino a qualche anno fa, agli ostacoli di ordine economico e burocratico, si aggiungevano quelli culturali. Superati, secondo Scoppola, anche grazie alle scoperte delle neuroscienze sul funzionamento del cervello umano che hanno dato ragione al Metodo. Maria Montessori aveva intuito all’inizio del Novecento quello che di recente la risonanza magnetica funzionale ha confermato: «L’importanza di legare degli aspetti percettivi alla matematica». Oggi «i neuroscienziati dicono che bisogna far passare la matematica per le mani», grazie all’uso di determinati materiali come previsto dal metodo montessoriano. Se viene semplicemente imparata e ripetuta a memoria, «si attivano solo alcune aree del cervello e non si legano simboli e parole a delle quantità o a delle forme geometriche concrete».

Corsi di formazione per gli insegnanti
Secondo l’Onm, sono molte le richieste da parte dei genitori, che si mobilitano per garantire ai propri figli questo tipo di istruzione. Non a caso, di recente l’Opera nazionale Montessori ha messo a punto dei corsi pilota per la formazione montessoriana di insegnanti della scuola media, in Lombardia e nel Lazio. Per il Metodo resta centrale l’osservazione dell’individuo e dell’ambiente in cui lavora, e da cui dipende la valutazione del suo processo di apprendimento. È quello che per 40 anni ha fatto Giovanna Bittoni, maestra di una scuola Montessori di Roma. Oggi si occupa della formazione dei docenti che si vogliono avvicinare al Metodo, che, afferma Bittoni , «funziona se l’insegnante ha la capacità di mettersi da parte, di non essere sempre al centro dell’attenzione». Al centro ci devono essere i bambini: «Bisogna rispettarli per aiutarli a crescere, farli vivere in un ambiente sereno, lasciarli liberi di scegliere ciò che più gli interessa e, allo stesso tempo, dargli delle regole di convivenza ed educarli a una competizione sana, quella in cui si riconosce il valore dell’altro». Oltre a questo, «serve una conoscenza approfondita della psicologia dei bambini, anche per adattare la tipologia del lavoro che si fa a scuola alle diverse fasi di sviluppo».

Il sistema di valutazione sperimentale
Preservare l’eredità del metodo Montessori, renderlo accessibile a tutti, diffonderne i principi operando nel sociale e garantendo il diritto all’istruzione anche alle comunità più svantaggiate. Sono questi i pilastri su cui si fonda l’azione della Association Montessori Internationale (Ami) di Amsterdam, associazione fedele alla proposta montessoriana ma aperta alle più diverse realtà sociali e alle nuove conoscenze che la rendono ancora attuale. Di questo si occupa il comitato scientifico, guidato dal neuropsicologo statunitense Steve Hughes.
Tra i progetti di ricerca citati nel rapporto annuale dell’Ami figura il Developmental environment rating scale (Ders): un sistema di valutazione, ancora in fase sperimentale, della qualità degli ambienti di apprendimento, messa in relazione allo sviluppo di alcune abilità da parte dei bambini (tra i 2 anni e mezzo e i 6). Non solo quelle che riguardano il controllo e la pianificazione del comportamento, memoria e sviluppo del linguaggio, ma anche la regolazione delle emozioni, la socialità, l’adattamento. La valutazione si basa su un questionario per i docenti e sull’osservazione della classe, incentrata sulle caratteristiche ambientali e sul comportamento sia dei bambini che degli adulti. Il Ders, pur rimanendo fedele al metodo Montessori, potrebbe essere utilizzato anche nelle scuole che non lo adottano, puntualizza Jacqueline Cossentino, responsabile del progetto. È un sistema diverso rispetto a quelli incentrati sulla valutazione dell’istruzione in base ai risultati ottenuti dagli alunni nell’esecuzione di test standardizzati.

Il prodotto e il processo dell’apprendimento
«Negli Stati Uniti - afferma Steve Hughes - ci stiamo rendendo conto, forse troppo tardi, che concentrarsi esclusivamente sui test accademici limita lo scopo della scuola, tagliando fuori molti di quegli aspetti che hanno un maggior impatto sullo sviluppo del bambino». Secondo il neuropsicologo, un sistema basato sui test catalizza l’attenzione sulle prove, trascurando aspetti importanti come lo sviluppo delle cosiddette competenze non cognitive, come empatia, lealtà, capacità di leadership e di collaborazione. I bambini devono poter «esplorare, sperimentare e scoprire i loro doni innati, interessi e valori». Solo attraverso la sperimentazione possono sviluppare una «strategia vincente per la vita» e questo processo, sostiene il ricercatore, può esser facilitato attraverso la creazione di ambienti adeguati. Un obiettivo prioritario del Metodo, sottolinea Clara Tornar, ordinario di pedagogia sperimentale a Roma Tre e responsabile scientifico del Centro studi montessoriani. Nelle scuole Montessori non si guarda solo alla «acquisizione delle competenze di base, ma anche a quelle che la Commissione europea definisce competenze chiave per l’apprendimento permanente. Come imparare a imparare, imparare ad affrontare i problemi e a risolverli». Oggi ci si aspetta che anche la scuola tradizionale sia in grado di far raggiungere ai propri alunni questi traguardi. Sono competenze che possono essere misurate attraverso strumenti come il Ders, ma non dai test Invalsi che «valutano dei prodotti dell’attività scolastica, non i processi attraverso i quali si arriva a un determinato risultato».


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