Famiglie e studenti

Gli esami di Stato e l’incubo della traduzione

di Matteo Veronesi

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Un articolo recentemente dedicato al dibattito intorno alla proposta di riforma della seconda prova (quella di traduzione dal greco o dal latino) dell’esame finale del liceo classico ( http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-05-27/contro-scuola-facile-155814.shtml?uuid=AD7uzhJ ) suscita qualche riflessione.
«Ridurre il testo da tradurre, e non chiederne più solo una mera traduzione, ma fare anche domande sul contesto, la storia, la letteratura, l’autore, la sua opera, le sue idee», come auspicato da Maurizio Bettini (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/05/quelle-inutili-anzi-dannose-traduzioni-greche-e-latine44.html) e come suggerito in una petizione che non pare avere avuto, purtroppo, vasta risonanza (https://www.change.org/p/aggiorniamo-la-maturit%C3%A0-una-nuova-seconda-prova-per-il-liceo-classico-nonilclassicoesame ) non equivale affatto a privare la prova di valore; è, al contrario, precisamente l’unico modo per dare ad essa un minimo di significato culturale.

Lo scopo della traduzione
«La lettera uccide, lo spirito vivifica». Tradurre dieci o quindici righe senza alcuna contestualizzazione storica e concettuale non ha senso. Se l’insegnamento delle lingue classiche tornasse ad avere un significato culturale, e non fosse sommerso da quella che un grande latinista chiamava «la melma della grammatica imbecille», forse sarebbe meno sgradito agli studenti.
Qual è, in concreto, realisticamente, il fine che ci si può prefiggere nell’insegnamento liceale delle lingue classiche? Formare donne e uomini di buona cultura, o almeno non privi (sarebbe già un piccolo miracolo) di una qualche curiosità intellettuale, che non diventeranno, se non in rarissimi casi, filologi classici, ma che – come auspicava un altro grande latinista – sappiano, dato un testo classico con una buona, e moderna, traduzione a fronte, individuare, a partire da un determinato passo della traduzione, l’espressione corrispondente nel testo originale: per poterla assaporare, per farla risuonare intimamente dentro di sé, proprio secondo quella lettura «impressionistica», «soggettiva», «astratta» che, pur tanto avversata dall’accademismo e dal tradizionalismo, ha, in fondo, sempre costituito la vera essenza, l’esperienza autenticamente vissuta, della ricezione e della trasmissione di un patrimonio culturale.

Connotazione artistica
Tale trasmissione è, certo, sempre passata attraverso la traduzione; ma traduzione intesa come arte, come attraversamento e trasfigurazione dell’originale, come creazione di secondo grado; nulla a che vedere con l’ossessione scolastica della traduzione “letterale”, il più delle volte illeggibile in italiano.
Né, paradossalmente, il buon traduttore dovrà per forza avere una perfetta conoscenza della lingua classiche (né Vincenzo Monti né Quasimodo, ineguagliabili traduttori di Omero e dei Lirici, avevano studiato il greco in modo sistematico: meglio, al limite, un geniale ed illuminante «traduttor de’ traduttori», secondo il malevolo giudizio di Foscolo, che un traduttore degli originali grigio e pedissequo).

Patrimonio del mondo classico
Per noi moderni, il patrimonio del mondo classico non è disgiunto dalle traduzioni che l’hanno trasmesso. Specie in Italia, dove – osservava Renato Serra – per una ragione o per un’altra – per volontà di conoscenza, anelito alla riappropriazione del passato, tradizione retorica, semplice vezzo – «si è tradotto sempre».
E, diceva ancora Serra, erede della Scuola classica romagnola, «la nostra voce non è la loro voce», la parola dell’antico è per noi definitivamente lontana ed irrevocabile; dunque la fedeltà, l’esattezza, la «letteralità» della traduzione non sono che illusione, schermo, simulacro; tanto vale prendere coscienza del filtro polveroso, dell’opaco velo che ci dividono e ci alienano da quell’antica e nitida voce, e confrontarsi con le preesistenti traduzioni che hanno cercato di squarciarli, o almeno di assottigliarli per scrutare attraverso di essi: creando, o cercando, a partire da esse, la propria rilettura, la propria voce, nella consapevolezza che essa, a sua volta, sarà inevitabilmente parziale, perché ogni interpretazione è essa stessa evento nuovo, unico (e insieme partecipe di una molteplicità inesauribile), e dunque relativo e perituro.

Il testo a fronte
Io, che pure conosco discretamente il greco antico, lessi e rilessi i Tragici greci nelle meravigliose edizioni delle Belles Lettres. Essi, per me, parlarono francese, oltre e prima che greco (anche questo è l’identità europea nelle sue radici classiche). Il testo a fronte consentiva di vagare deliziosamente con lo sguardo, e con la mente, dall’originale alla traduzione, e viceversa, facendo risuonare l’una nell’altra, ed entrambe nella propria coscienza; realizzando, in sé, l’intreccio e la simultaneità delle traduzioni – e delle tradizioni.

La «traduzione contrastiva»
Non ci sono esercizio, e forma d’analisi, più costruttivi ed affascinanti della «traduzione contrastiva»: confrontare diverse traduzioni, di epoche diverse, mettendone in luce i presupposti culturali, i contesti storici, gli esiti interpretativi, le manifestazioni individuali dell’interpretazione come forme molteplici di una creazione di secondo grado; e facendo risaltare, attraverso questo prisma, la versicolore pluralità di sfumature dell’originale.
La traduzione contrastiva non esclude affatto la conoscenza della lingua dell’originale; al contrario, la presuppone, ed esige che essa sia più mobile e viva e versatile rispetto a quella richiesta dalla traduzione univoca; ma libera tale conoscenza dall’ossessione grammaticale, e dal feticcio soffocante della traduzione fedele, e perciò sostanzialmente unica.

La missione della scuola di massa
«Rendere liceo classico tutta la scuola, cioè la scuola di massa», è, poi, pura utopia. La scuola dell’obbligo ha altre priorità. Essa deve cercare – impresa, del resto, ben più nobile e più ardua dell’insegnamento dei classici – di prevenire l’abbandono scolastico, la deriva sociale, l’illegalità. E insegnare l’italiano, prima che il greco e il latino, ai tanti alunni stranieri. Il che non significa affatto fare della scuola di massa un immenso ghetto; ma farne, al contrario, porta d’accesso alla nostra civiltà e alla nostra cultura – o a quel poco che ne resta.
Che è sempre memoria o eco, per quanto labili e fiochi, di un passato che fu grande.

* Insegnante di liceo, con dottorato in Italianistica
e abilitazione scientifica nazionale in Letteratura italiana contemporanea


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