Famiglie e studenti

Il passo avanti delle prove: il collegamento con gli esami universitari

di Damiele Terlizzese e Francesco Lippi *

A primavera, puntuali, arrivano le rondini. Altrettanto puntuali, arrivano le proteste contro le prove Invalsi. Sindacati della scuola, comitati di genitori, organizzazioni studentesche, intellettuali e pedagoghi lamentano gli effetti perniciosi dei test standardizzati che l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo propone agli studenti di varie età, dalle elementari alle superiori, e ne promuovono boicottaggi. Gli argomenti della contestazione spaziano dalla critica esterna, sulla natura intrinseca dell’esercizio, a quella interna, sulle sue modalità di attuazione. C’è chi oppone un rifiuto radicale all’idea stessa di misurare e valutare i risultati della scuola, perché la ritiene il preludio di una aborrita concorrenza tra le varie scuole; c’è chi, pur concordando con l’utilità di una valutazione, ritiene che i test Invalsi non siano lo strumento adatto a valutare la nostra scuola e offrano un’immagine riduttiva, immiserita dalla pretesa quantificatrice, della multidimensionalità dell’apprendimento che essa offre.

La necessità di misurare quello che la scuola fa
La contestazione delle prove “senza se e senza ma” ci lascia perplessi. Se non si misura ciò che la scuola fa e non se ne valutano i risultati è quasi impossibile garantire che essa svolga le sue funzioni: conoscere per deliberare, come ammoniva Luigi Einaudi. Inoltre, siamo convinti che un pò di concorrenza sia una forza benefica, e quindi abbiamo difficoltà a considerarla come un rischio da evitare. Ugualmente, non nascondiamo il sospetto che, almeno in parte, la critica “valutazione sì, ma non così” risenta della bertoldesca riluttanza a scegliere l’albero a cui essere impiccati: qualunque misurazione è affetta da errori, ma questo non impedisce di usarla per confrontare e valutare. Tuttavia, tanto i nostri argomenti a sostegno dei test quanto quelli di chi li critica soffrono di un problema: nessuno ha un’idea chiara e, soprattutto, empiricamente fondata, di che cosa i test realmente misurino; non sappiamo se i risultati dei test abbiano una relazione sufficientemente robusta con altre misure, indipendenti, della qualità del processo formativo.

La preparazione degli studenti
È però possibile, su questo aspetto, fare qualche passo avanti. La Fondazione Agnelli ha recentemente fatto un lavoro eccellente, collegando i voti ottenuti negli esami del primo anno di università (e il numero di crediti formativi accumulati) alla scuola secondaria superiore da cui gli studenti universitari provengono. Questo strumento, battezzato Eduscopio, consente di misurare la capacità dei vari istituti di istruzione secondaria del nostro paese di preparare studenti in grado di affrontare con profitto il passo successivo della loro formazione culturale. È uno strumento utilissimo nell’orientare le scelte degli studenti e delle famiglie, e fornisce ai docenti della scuola superiore informazioni preziose per migliorare il disegno della formazione offerta ai loro ragazzi.

Il collegamento con gli esami universitari
La nostra proposta è di fare l’ovvio, ulteriore passo: collegare i risultati delle prove Invalsi ottenuti nei vari istituti di istruzione secondaria superiore alla base dati Eduscopio, per avere la corrispondenza tra prove Invalsi ed esami universitari; si avrebbe in tal modo un riscontro, rilevante e indipendente, in grado di farci capire meglio che cosa i test misurino. Si potrebbe verificare se punteggi più elevati nei test effettivamente corrispondano a voti migliori all’università; se un miglioramento della performance nei test, da un anno all’altro, tenda a tradursi in un miglioramento della performance universitaria; se un migliore risultato nei test relativi alla matematica (o all’italiano) si associ alla scelta prevalente di facoltà scientifiche (o umanistiche), e alla capacità degli studenti di trarne profitto. Questo tipo di correlazioni, e altre che potrebbero essere esaminate, ci farebbero capire meglio che cosa i test misurano, e potrebbero anche servire a rivedere, migliorandoli, gli stessi test. L’ideale sarebbe se queste le correlazioni potessero essere osservate a livello individuale, del singolo studente. Realisticamente, ci accontenteremmo di un collegamento a livello di scuola.

L’orientamento verso le esigenze dei ragazzi
A oggi, l’Invalsi non mette a disposizione i dati per fare questo collegamento. Se ritenesse di non poter adottare una politica di maggiore trasparenza, potrebbe direttamente fare le elaborazioni necessarie e informare, in modo aggregato, studenti, famiglie e scuole dei risultati. Ancora meglio sarebbe se rendesse disponibili i dati a livello di scuola: siamo sicuri che non mancherebbero ricercatori disposti a sobbarcarsi l’onere di costruire il linkage tra le basi dati e di effettuare quindi le opportune analisi statistiche. Basterebbe poco, e il prossimo anno la battaglia di primavera sull’Invalsi potrebbe portare a qualche progresso reale nella conoscenza della nostra scuola e nella capacità di meglio orientarla alle esigenze dei nostri ragazzi, invece di riproporre la frusta contrapposizione tra favorevoli e contrari, come avrebbe detto Totò, a prescindere.

* Gli autori sono director e research fellow dell’Einaudi Institute for Economics and Finance (Eief)
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