Famiglie e studenti

Via gli stereotipi femminili dai libri di testo: in arrivo il sondaggio del Miur

di Manuela Perrone

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Prima mamme in grembiule a cucinare, qualche principessa, al massimo maestre. Poi tanti uomini eroi e nessuna menzione di scienziate, filosofe, artiste. I libri di testo sono forzieri ricolmi di stereotipi di genere, in cui le donne che hanno segnato la storia e la scienza sono fantasmi. Un’assenza che deforma l’immaginario di bambini e ragazzi con ricadute concrete in termini di bullismo, aspirazioni, scelte professionali e di vita.
Per voltare pagina e «capire quali storie di donne gli studenti vorrebbero conoscere e approfondire», il Miur lancerà questa settimana un sondaggio tra gli studenti. Ad annunciarlo è stata venerdì scorso la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, intervenendo a Firenze al convegno “The state of the Union” dedicato quest’anno al ruolo delle donne in Italia e nel mondo.

Le donne nei libri di testo: casalinghe o principesse
Giannini ha mostrato ottimismo: «Sono certa che aggiungeremo molte storie di donne rispetto a quelle che sono nei libri di testo e nei libri di storia». Che oggi restano poche e a due dimensioni nonostante il fiorire di indagini critiche dagli anni Settanta in poi: madri e casalinghe oppure principesse e fate.
«La società italiana sta andando avanti, ma i libri scolastici sono fermi agli anni Cinquanta e Sessanta quanto a rappresentazione dei ruoli di uomini e donne», denuncia Irene Biemmi, dell’Università di Firenze.
Nel 2010 ha pubblicato “Educazione sessista, Stereotipi di genere nei libri delle elementari” (Rosenberg&Sellier), la più recente ricerca organica sul tema, frutto di un’analisi sui libri per la quarta elementare di dieci case editrici. Dagli esiti sconfortanti: i maschi sono protagonisti del 59% delle storie, le femmine sono collocate in posizione subordinata e non godono di pari visibilità e valore. I personaggi maschili sono cavalieri, re, ingegneri, esploratori, medici, scienziati. Quelli femminili sono casalinghe, fate, principesse o, quando lavorano, maestre. Bambini e uomini si muovono in spazi aperti e avventurosi, bambine e donne al chiuso delle case o delle aule scolastiche, per lo più spettatrici passive di quel che avviene altrove.

Il peso dell’immaginario sulle aspirazioni
L’immaginario non è neutro. «Incide sui modelli aspirazionali futuri», spiega Biemmi. «Lo scollamento tra quello che ormai molte bambine e bambini vivono in casa e la rappresentazione delle madri casalinghe con il grembiule crea confusione. L’assenza di modelli femminili autorevoli nei libri scolastici porta le bambine le ragazze a pensare di non poter rivestire quei ruoli. Non ci si può sorprendere della scarsa propensione femminile agli studi scientifici se, nei testi su cui si formano gli studenti, gli scienziati sono soltanto uomini». Se Ipazia, Trotula, Ada Lovelace, Lise Meitner, Rosalind Franklin, tanto per fare qualche nome, sono ignorate.
Eppure andare oltre è diventato indispensabile. «L’emancipazione femminile in Europa parte dalla scuola», ha sostenuto la ministra Giannini, perché l'istruzione «è la base per abbattere stereotipi e pregiudizi, ma soprattutto per fare quello che le ragazze devono fare: osare, avere fiducia in sé, credere nelle loro capacità competitive. Non avere in futuro un grande numero di donne leader nel campo delle scienze e della tecnologia sarebbe un grande handicap per la nostra società».

La Buona Scuola e l’educazione alla parità
Il sondaggio tra gli studenti che il Miur si appresta a lanciare non può essere risolutivo. Va letto come il tentativo di coinvolgere la comunità scolastica nel progetto di revisione dei libri di testo per educare alla parità di genere, in chiave di prevenzione del bullismo e della violenza, obiettivo esplicitato da ultimo nel famoso comma 16 dell’articolo 1 della Buona Scuola, che apre la via ad azioni mirate nell’ambito dell’ampliamento dell'offerta formativa. Obiettivo peraltro già citato nella legge 193/2013 sul Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che chiamava il sistema scolastico a promuovere «l'educazione alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere» anche «attraverso un’adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo».
La polemica sulla presunta “teoria gender” non ha aiutato. «Qui non si tratta assolutamente, come viene paventato, di educazione sessuale o di incentivare l’annullamento di differenze biologiche o confusione rispetto all’identità di genere», afferma Laura Moschini, dell’Università di Roma Tre. «Al contrario si parla di restituire valore alle differenze per adeguare i testi scolastici e i linguaggi dei media alla realtà e offrire modelli positivi alle bambine che educhino anche i bambini alla stima e al rispetto per le loro compagne».

Il progetto Polite caduto nel vuoto
Per capire il ritardo con cui la scuola si muove basta citare il progetto Polite (Pari opportunità nei libri di testo): era stato promosso dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio tra il 1999 e il 2001, nell’ambito del Quarto programma d’azione a medio termine per la parità di opportunità tra le donne e gli uomini, ma è rimasto lettera morta. Lo richiama come punto da cui bisogna ripartire un disegno di legge sull’educazione alla parità di genere presentato a novembre 2014 dal Pd (prima firmataria la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli), anch’esso rimasto al palo.
Diciassette anni dopo, Polite appare più attuale che mai. Con un’aggravante, che fa notare Irene Biemmi: «Negli ultimi due anni la narrativa per bambini e ragazzi si è evoluta a una velocità impressionante, anche con la nascita di collane dedicate alla costruzione di un immaginario paritario. L’editoria scolastica è invece rimasta immobile e la selezione dei brani da inserire nei testi per le scuole appare quasi dolosa nel suo riproporre stereotipi dannosi. Eppure dalla scuola ci aspetteremmo, se non di essere il motore del cambiamento, almeno di saperlo recepire».


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