Famiglie e studenti

Dossier sull’applicazione del metodo Clil, l’inglese al primo posto

di Francesca Malandrucco

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E’ l’inglese la seconda lingua più usata nei licei linguistici come veicolo per l’apprendimento delle materie di studio, accanto all’italiano. Nel corso dell’anno scolastico 2014-2015 il 70,35% degli insegnanti ha scelto l’idioma anglosassone per insegnare soprattutto storia e scienze naturali. Al secondo posto c’è il francese, utilizzato nel 21,37% dei casi, seguito dallo spagnolo (4,20%), dal tedesco (3,84%) e dal russo (0,24%). Ma a tre anni dall’inizio dell’adozione della metodologia Clil (Content and language integrated learning), nelle scuole secondarie di secondo grado con indirizzo linguistico, gli insegnanti chiedono ancora maggiore formazione e informazione.

Il monitoraggio
E’ quanto emerge dal monitoraggio effettuato dall’Università Cattolica di Milano per conto dell’Isis Nicolò Macchiavelli di Firenze, capofila della rete nazionale dei licei linguistici, a cui il Miur ha affidato la stesura del rapporto sull’utilizzo della metodologia Clil nel 2014-2015.
Un’equipe di ricerca dell’Ucsc ha contattato tutti gli 804 istituti statali paritari con indirizzo linguistico presenti in Italia, i primi ad essere stati interessati dalla rivoluzione didattica, inviando un questionario a 873 docenti Dnl (discipline non linguistiche) e a 198 dirigenti scolastici.

L’identikit
Dal sondaggio è emerso il profilo tipo del docente Clil: ha un’età superiore ai 45 anni, almeno 21 anni di insegnamento alle spalle e, nel 94,42% dei casi, un rapporto stabile con la scuola. Non solo, mostra di avere una maggiore competenza e padronanza delle lingue rispetto all’anno scolastico 2012-2013, quando la sperimentazione era appena iniziata. Il 63,67% degli insegnanti, infatti, ha dichiarato di avere una competenza linguistica certificata tra il livello B2 e il C2 (il 10% in più rispetto al 2012-2013). Quasi 4 insegnanti su 10 hanno un attestato B2, 3 su 10 un C1, mentre solo il 6,49% ha raggiunto il livello più avanzato, il C2. Il 41 per cento di questi docenti ha conseguito un titolo di perfezionamento metodologico-didattico o sta frequentando corsi presso le istituzioni universitarie.

Voglia di formazione
Tuttavia il corpo docente coinvolto nell’insegnamento Clil denuncia ancora un forte bisogno formativo. Nel 38,67% dei casi viene chiesto un maggior approfondimento della lingua straniera, nel 32,41% più formazione didattica e il restante 22,87% chiede maggiori chiarimenti in merito a verifica e valutazione.
L’equipe dei ricercatori ha registrato un sensibile aumento delle esperienze didattiche Clil rispetto all’anno scolastico 2012-2013, anche se la maggior parte degli insegnanti resta ancora sotto la soglia del 50% del monte ore della disciplina coinvolta. Infine le esperienze Clil faticano ancora ad essere percepite come oggetto di esame di stato. Le verifiche ci sono state solo in un caso su due.
«Abbiamo scelto di concentrare il monitoraggio sui licei linguistici perché hanno avuto la possibilità di fare una sperimentazione di tre anni. Presto passeremo anche ai licei e agli istituti tecnici - spiega Gisella Langé, ispettore tecnico di lingue straniere del Miur, che ha lavorato fianco a fianco con i ricercatori dell’università Cattolica – Ma i dati raccolti sono solo una parte del rapporto. L’obiettivo del lavoro è quello di sostenere le istituzioni scolastiche impegnate in questa innovazione didattica e per questo sono previste una serie di azioni, dallo sviluppo di un repository Clil cui le scuole possono attingere, all’organizzazione di seminari finalizzati alla condivisione di best practice e di modelli innovativi utili per tutti».


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