Famiglie e studenti

Metà degli 86mila prof sono stati assunti senza una cattedra

di Eugenio Bruno

La scuola italiana continua a essere malata di “supplentite”. Nonostante le 86mila assunzioni decise nei mesi scorsi, quest’anno sono stati nominati 122mila docenti. Più o meno gli stessi di un anno fa. Un paradosso tutto italiano che conferma l’allarme lanciato il 4 settembre 2014 dal Sole 24 Ore: metà dei prof stabilizzati - scrivevamo all’epoca- non avranno una cattedra. A questo sistema il “concorsone” partito ieri, tra le polemiche, prova a dare una risposta. Chissà quanto definitiva.

Gli effetti della maxi-selezione appena iniziata li conosceremo solo a settembre quando il primo terzo dei 63.712 prof reclutati si presenterà effettivamente in classe. Ma nel frattempo è utile fare un passo indietro.

Se il numero di supplenti è rimasto pressoché identico rispetto a un anno fa, nonostante le 86mila stabilizzazioni decise dal Miur sulla base dei criteri previsti dalla legge 107, lo si deve soprattutto alla scelta di immettere in ruolo 48mila docenti destinati al cosiddetto «organico dell’autonomia». E cioè lo strumento previsto dalla riforma Renzi-Giannini per occuparsi delle sostituzioni brevi o potenziare l’offerta formativa decisa dalle scuole. Così facendo però si è scelto di prescindere dal fabbisogno (effettivo) di personale e concentrarsi sull’obiettivo (politico) di svuotare le classi di concorso più “ingolfate” a causa di anni e anni di mancato scorrimento.

A questo primo inghippo se n’è aggiunto un secondo. E cioè che per il “battesimo” dell’organico potenziato si è deciso di prescindere dai desiderata espressi dai presidi nei piani per l’offerta formativa. Ad esempio, un istituto tecnico di Milano, che magari aveva bisogno di un docente in più di matematica, si è visto invece arrivare un insegnante di italiano; allo stesso modo, un liceo artistico di Palermo, che necessitava di uno specialista in più di storia dell’arte, ha ottenuto invece un’unità in più di diritto. Con il risultato che entrambi i prof neoassunti vengono utilizzati, al più, per tappare i buchi temporanei dei docenti di ruolo. Mentre per le supplenze annuali, o fino al 30 giugno, si è continuato a ricorrere al personale precario (abilitato e non). Contribuendo così a fare schizzare verso l’alto il totalizzatore degli incarichi a tempo.

A questo meccanismo, la maxi-selezione avviata ieri e definita «un ritorno alla Costituzione» dalla ministra Stefania Giannini cerca di ovviare in qualche modo. La distribuzione dei 63.712 posti messi a bando è stata infatti effettuata tenendo conto sia delle classi di concorso ormai sfornite di docenti, sia delle sproporzioni territoriali delle cattedre rimaste vacanti. Da qui la scelta di dare vita a una selezione “regionale” che tante polemiche ha provocato tra i candidati ma che era una scelta più che necessaria in un paese affetto da continuo pendolarismo delle cattedre. Con migliaia e migliaia di prof meridionali che ottengono l’incarico al Nord e appena si riaprono i termini per la mobilità chiedono di fare ritorno al Sud.

È lo scenario che verosimilmente si presenterà a settembre visto che il governo ha eliminato il vincolo triennale di permanenza nella cattedra di titolarità per tutti i prof, vecchi e nuovi assunti, e ha aperto i termini per un piano di mobilità speciale. Una girandola di cattedre che rischia di aggiungere caos straordinario a quello ordinario che seguirà alle prime assunzioni del concorsone.

Come uscirne allora? Probabilmente rompendo gli indugi elettoralistici, fermando la macchina della buona scuola e facendole un “tagliando” a un anno dalla sua introduzione. A patto di rimettere al centro gli studenti. I loro bisogni formativi devono diventare la vera “stella polare”. Sia nel valutare i pro e i contro di un sistema di reclutamento che ha concesso molta meno autonomia alle scuole rispetto ai proclami di partenza. Sia nel completare il sistema di valutazione di studenti, prof e dirigenti che è stato messo nero su bianco nella legge 107, ma stenta ancora a decollare.


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