Famiglie e studenti

Italia penultima per capacità di lettura degli over55

di Giuliana Licini

L’età fa arrugginire un po’ la capacità di comprendere un testo o cavarsela con i numeri, ma non rende necessariamente meno produttivi. Anzi. È la conclusione cui giunge un “focus” dell'Ocse in ambito Piaac, il Programma per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti. Una sottolineatura di rilievo in tempi in cui l’invecchiamento della popolazione è uno spauracchio, oltre che per il sistema sanitario e previdenziale, anche per le possibili ricadute sulla crescita economica. Secondo l’Ocse è dunque infondato il timore che una popolazione lavorativa più anziana - e destinata a diventare sempre più tale - sia per definizione meno produttiva. A patto che con l’avanzare dell’età vengano mantenute e sviluppate le competenze e si parta già da «una base forte». Profili questi, però, che vedono l’Italia in difficoltà rispetto agli altri Paesi.

Italia penultima tra i Paesi Ocse
In base al Piaac, le competenze di lettura e matematica raggiungono i massimi livelli a cavallo dei 30 anni e poi calano. In media i 55-65enni hanno punteggi inferiori di 18-32 punti rispetto ai 25-34enni nei test Ocse. L’Italia rientra in questa gamma, ma parte da una delle basi più basse. È infatti penultima (solo la Spagna fa peggio) nel livello di comprensione di un testo scritto degli ultra-55enni, con un voto di 233 contro la media di 257. La differenza è di 31 punti sui 25-34enni della Penisola (264 punti), a loro volta ben al di sotto dei coetanei Ocse (289). I giapponesi, che già brillano da ragazzi, si distinguono anche tra gli over-55 con 273 punti. Canadesi, australiani, norvegesi, olandesi e statunitensi sono tutti oltre 260 punti. Vari Paesi, per altro, hanno un gap di competenze tra giovani e anziani molto pronunciato, come la Finlandia (53 punti) o la Corea (46).

Il ruolo della formazione continua
In questo contesto, l’Ocse sottolinea il ruolo chiave dell'istruzione e delle politiche di formazione continua nell’ambito delle sfide poste dall'invecchiamento. «Una forza lavoro più piccola sarà in grado di soddisfare le esigenze di una più ampia popolazione di pensionati e mantenere al tempo stesso adeguati livelli di vita solo se la produttività aumenta» e «la presenza di una forza lavoro con alte competenze che può innovare e adattarsi ai cambiamenti tecnologici sarà cruciale in termini di produttività», scrivono gli esperti dell’Organizzazione. Va detto, d’altro canto, che anche se sono meno a loro agio con numeri o testi rispetto ai 25enni, gli ultra 55enni guadagnano più dei loro giovani colleghi. Questo - spiega Francesca Borgonovi, economista Ocse - «può essere legato alla normativa che comporta un aumento progressivo dei salari in base agli anni lavorativi. Però è anche vero che l'esperienza conta». I lavoratori più anziani, cioè, sviluppano capacità che rafforzano la produttività e vanno a compensare il declino delle competenze. Tuttavia - aggiunge Borgonovi - quando si comparano adulti della stessa età, gli esiti sono decisamente migliori in presenza di livelli di competenze più alti. Quindi, «l’importante è avere in partenza basi forte» e svilupparle. È essenziale avere politiche che «non solo promuovono l’istruzione iniziale, ma anche facilitino programmi di training sul lavoro o in generale la formazione continua professionale». Un “must” per i Paesi, come l’Italia, alle prese con la necessità di allungare la vita lavorativa delle persone. «L’invecchiamento della popolazione non è così preoccupante come si può immaginare. Gli anziani non perdono chissà quante abilità e la loro produttività non è più bassa rispetto ai giovani», tira le somme Marco Paccagnella, autore del focus, che dallo studio trae motivo per «una nota di ottimismo», anche perché sulle competenze si può e si deve continuare e ad agire. I benefici, poi, non sono solo legati al lavoro: sono gli adulti con le più alte “skills” a riferire di godere di una salute buona o ottima.


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