Famiglie e studenti

Scuola più inclusiva con ruolo centrale e di cooperazione alla didattica del sostegno

di Maria Piera Ceci

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Il nostro Paese è fra i più ammirati in Europa per quanto riguarda la didattica inclusiva. L’inserimento degli studenti disabili o Dsa è prassi consolidata. Eppure non sono pochi i casi in cui la scuola si trova impreparata e, per disattenzione o scarsa preparazione, nega diritti che dovrebbero essere ormai acquisiti. Lo dimostra la cronaca recente, con i casi dei tre studenti autistici (ad Isernia, Livorno e Legnano), a cui è stato di fatto negato il diritto di andare in gita scolastica con i compagni. Dunque, una scuola che ha fatto molto, ma che può compiere altri passi avanti per mettere a punto il sistema. In tal senso è stata compiuta una sperimentazione nei due anni scolastici 2013-2014 e 2014-2015 su 17 classi (13 primarie e 4 secondarie di primo grado) della Provincia autonoma di Trento. 340 gli alunni coinvolti e altrettanti utilizzati come gruppo di controllo. In tutte le classi erano presenti alunni con Bes di fascia A (disabilità certificate) oppure B (Disturbi specifici di apprendimento).

Il tutor
I docenti curricolari e gli insegnanti di sostegno (quando erano previsti) sono stati affiancati dalla figura di un tutor, il cui scopo non è stato quello di sostituirsi agli altri insegnanti, ma di osservarli e consigliarli, fungendo da consulente-supervisore. Fra i compiti del tutor quello di partecipare alla vita di classe e ai consigli di classe, in modo da incoraggiare un processo che dalla formazione teorica passasse ad un’applicazione pratica della didattica inclusiva. Una sorta di supervisore che aiutasse docenti e insegnanti di sostegno a risolvere i problemi e facesse evolvere la figura dell’insegnante di sostegno verso quella di un codocente che collaborasse con i curricolari, a loro volta responsabilizzati, in una didattica rivolta a tutta la classe. Dunque l’insegnante di sostegno, durante la sperimentazione, si è dedicato non i modo esclusivo all’alunno con Bes, coinvolgendo invece tutti gli studenti ed uscendo da quell’isolamento in cui troppo spesso viene relegato. Perchè accade che l’insegnante di sostegno venga marginalizzato, che a lui vengano affidati in maniera esclusiva i compiti relativi all’alunno Bes, quando invece la sua figura dovrebbe essere una risorsa per l’intera classe.
Il lavoro fatto fra i banchi è stato poi riportato nei consigli di classe, vissuti come momenti di riflessione su quanto fatto e sulle criticità incontrate, momenti per affrontare le problematiche più complesse. Il tutor è insomma una sorta di ago della bilancia, ma perchè questo processo funzioni tutti devono essere preparati adeguatamente. Prima della sperimentazione infatti tutti i docenti coinvolti sono stati formati in due momenti: gli insegnanti curricolari hanno ricevuto una formazione di base in pedagogia speciale e didattica inclusiva nel corso di una settimana intensiva, richiamata poi alla fine del primo anno scolastico. I tutor invece hanno ricevuto una formazione più specialistica, grazie ad un master focalizzato sulla didattica inclusiva che li ha resi capaci di soccorrere i consigli di classe nelle problematiche più complesse.

I risultati della sperimentazione
E il progetto ha funzionato? Ieri sono stati presentanti a Roma i risultati della sperimentazione, promossa e gestita dall’Iprase della Provincia autonoma di Trento, insieme al settore coordinamento Bes del Dipartimento della conoscenza della Provincia autonoma di Trento. Hanno collaborato il Centro studi Erickson, l’Università di Trento e la Fondazione Giovanni Agnelli. Il progetto ha beneficiato di un finanziamento del Fondo sociale europeo.
Il primo risultato consiste nel fatto che è migliorato il clima all’interno dei consigli di classe e tra gli alunni su aspetti legati in particolare alla sfera delle competenze trasversali. Si sono osservati inoltre miglioramenti nell’approccio allo studio. Gli alunni del gruppo sperimentale sembrano aver accresciuto la consapevolezza dell’importanza di un adeguato approccio allo studio e del proprio potenziale cognitivo. Altri segnali positivi si sono notati negli alunni con Bes con riferimento alla socializzazione e, in particolare, ai progressi registrati in termini di capacità di adattamento e di adeguamento alle regole sociali, con un maggio controllo dei comportamenti e degli apprendimenti. E’ anche aumentato il coinvolgimento nei lavori di gruppo degli alunni Bes da parte dei compagni e ciò ha contribuito ad attenuare l’isolamento dei ragazzi Bes e ad aumentare la loro autostima, il loro livello di autonomia e la capacità di assumersi delle responsabilità.
Tutto questo a fronte di un impatto sugli aspetti cognitivi che non ha mostrato alcuna differenza rispetto al gruppo di controllo. In sostanza è cambiato il modo di fare scuola, sono migliorate le relazioni, senza alcuna ricaduta negativa sui livelli delle prove di lettura e comprensione in Italiano e test matematici. Per quanto riguarda invece gli alunni non Bes, hanno mostrato maggiore interesse e partecipazione alle lezioni.

Miglioramento complessivo
Un miglioramento del clima che peraltro ha investivo insegnanti, consigli di classe, gli alunni e le relazioni alunni-insegnanti. Anche gli insegnanti hanno visto crescere la sintonia e collaborazione fra loro. Il ruolo del tutor è stato riconosciuto come molto importante dagli insegnanti, dopo qualche diffidenza iniziale, nella costruzione di uno spirito di squadra nuovo.
«L’Italia è un modello per quanto riguarda l’integrazione e la didattica inclusiva, ma un modello rimasto spesso sulla carta. Si sono verificati dei fenomeni negativi come la deresponsabilizzazione degli insegnanti curricolari e la delega all’insegnante di sostegno che vanno contro lo spirito della normativa sull’inclusione, quindi abbiamo cercato di mettere in moto dei meccanismi che migliorassero nel concreto», spiega Sandro Monteverdi, ricercatore della Fondazione Agnelli. «Fermo restando che la scuola può, ma fino ad un certo punto. L’inclusione va assicurata anche a livello sociale. Quando si esce da scuola i problemi restano e bisogna trovare altri contesti inclusivi nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella comunità locale. Quello che si poteva ottenere fra i banchi si è ottenuto, ma l’inclusione non si può esaurire a scuola», conclude il ricercatore.


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