Personale della scuola

Statali, stretta finale sui quattro comparti: c’è la soluzione ponte

di Gianni Trovati

Un mese di tempo per le alleanze, da completare poi entro sei mesi. Suona cosìla «soluzione-ponte» proposta dall’Aran , l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione come datore di lavoro, ai sindacati per sbloccare l’impasse sulla riforma dei comparti, premessa indispensabile per avviare la trattativa sui nuovi comparti sbloccati dalla Corte costituzionale.Dopo lunghe settimane di tira e molla ieri si è arrivati alla stretta finale del confronto, in una riunione andata avanti a oltranza per sistemare le tante caselle di un mosaico delicato, che mescola temi di stretta osservanza sindacale a questioni politiche pesanti e a nodi sostanziali per i dipendenti pubblici.

Le «spine sindacali»
Il cuore della trattativa è al momento occupato dai primi, dovuti al fatto che la riforma Brunetta, da attuare ora per far ripartire i contratti, riduce a quattro gli undici comparti del pubblico impiego, e quindi apre l’accesso ai tavoli della trattativa solo ai sindacati più grandi (per essere «rappresentativi» bisogna raggiungere almeno il 5% nella media di voti e deleghe). La proposta divide la Pa in sanità, «poteri locali», «istruzione e ricerca» e «poteri centrali». Dalla griglia dei quattro comparti indicata dall’Aran rimane esclusa la presidenza del Consiglio, che con i suoi 1.900 dipendenti e 300 dirigenti continuerebbe a rimanere isolata in un comparto a sé perché nessuno dei decreti attuativi della riforma Brunetta ne prevede l’inclusione nel meccanismo generale.

Le aggregazioni
Sanità ed enti locali escono quasi immutati dalla riforma (la dirigenza amministrativa di Asl e ospedali va nei poteri locali), che però unisce l’università e la ricerca alla scuola e mette insieme in un unico comparto il resto dell’amministrazione centrale, oggi divisa fra ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici e così via. Di qui l’idea della finestra per le alleanze, che chiede alle sigle sindacali di deciderle in 30 giorni e ratificarle entro i successivi 120. Un punto, questo, che ha sollevato parecchie obiezioni di metodo, perché impone ai sindacati di tenere i congressi per decidere le aggregazioni e, senza una clausola che lo impedisca, potrebbe aprire le porte anche a sigle che non sono rappresentative oggi ma lo diventerebbero domani grazie ad alleanze azzeccate. Fa discutere anche il «diritto di tribuna» ipotizzato per i sindacati non rappresentativi.

Doppio binario per i contratti
Su questi temi anche ieri si è animata la discussione, in una trattativa andata avanti fino a tarda sera, mentre sul piano della sostanza, che interessa più da vicino i dipendenti pubblici, è stato confermato il principio per il quale la fusione di comparti oggi divisi non produrrà subito regole uguali per tutti, perché i contratti nazionali potranno essere divisi in «parti comuni», sulle regole di base come ferie, malattie e permessi, e «parti speciali» per regolare gli aspetti «peculiari» del rapporto di lavoro: una strada obbligata per non scontrarsi con l’unificazione impossibile di realtà diverse fra loro, caratterizzate da livelli stipendiali molto differenziati. Superato questo scoglio ci sarà da parlare dei contratti, e a quel punto il problema tornerà a investire il governo chiamato a proporre un rinnovo con 300 milioni sul piatto.


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