Famiglie e studenti

Educazione bambini da 0 a 6 anni: Italia ok sull’integrazione, indietro su attività fisica e plurilinguismo

di Maria Piera Ceci

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Offrire proposte e spunti di riflessione per disegnare e ripensare il curricolo educativo 0-6 anni anche alla luce delle novità introdotte dalla legge 107/2015, cosiddetta della Buona scuola. E' quanto si propongono esperti italiani e stranieri che da oggi a domenica confronteranno studi ed esperienze al XX convegno nazionale «Curricolo è responsabilità. La sfida del progetto 0/6 e oltre», organizzato dall’università di Milano-Bicocca in collaborazione con il Gruppo nazionale nidi e iInfanzia e l’assessorato all’Educazione e istruzione del comune di Milano.

Tre giorni di confronto
La tre giorni di lavoro sarà l’occasione per mettere a confronto due modi di concepire il percorso educativo dei più piccoli molto diversi fra loro. Da un lato c’è l’esperienza inglese, che prevede un curriculum 0-6 anni più strettamente scolastico, pensato perchè ne traggano beneficio anche bambini che arrivano da contesti culturali e sociali più svantaggiati. E in tal senso i primi anni di sperimentazione mostrano segnali positivi. Dall’altro lato invece ci sono la Germania e i Paesi scandinavi, che utilizzano un approccio più olistico, che sta dando ugualmente risultati molto positivi, si pensi solo agli ottimi risultati delle rilevazioni Ocse-Pisa.

Modello italiano
Il modello italiano è invece ancora tutto da costruire, in un Paese che vede realtà molto diverse fra loro, con un Sud dove la presenza di strutture educative per bambini 0-3 anni è molto scarsa e un nord che registra casi di eccellenza, prima fra tutte quella di Reggio Children.
«Stiamo vivendo un momento strategico della storia dei diritti dei bambini e della vita dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia, in quanto con la legge 107/2015 si sanciscono finalmente i livelli essenziali e si definisce l’unitarietà del percorso curricolare 0-6», spiega Susanna Mantovani, ordinario di pedagogia generale. «Si è detto per molto tempo che i primi anni di vita siano i più importanti e adesso ne siamo certi. È una conoscenza condivisa in ambito educativo, psicologico, pediatrico e che ha convinto finalmente anche il mondo politico. Investire in questa fase della crescita, è un elemento strategico di prevenzione dell’emarginazione e dalla dispersione scolastica».

Dossier Care
In occasione del convegno verranno anche presentati i risultati della ricerca Care -Curriculum and quality analysis and impact review of european early childhood education and Care (http://ecec-care.org). Si tratta di un progetto Europeo, guidato da un team olandese dell’università di Utrecht, nato con l’obiettivo di supervisionare i servizi dell’infanzia per garantirne la qualità. Lo studio è stato condotto in nove paesi europei. In Italia è stato preso in considerazione un campione di 973 insegnanti e 1471 genitori che usufruiscono dei servizi scolastici comunali e statali e, in misura minore, di quelli privati. Il primo dato che salta all’occhio è che insegnanti e genitori hanno opinioni molto simili. Per quanto riguarda i bambini 0-3 anni, entrambi attribuiscono molta importanza alle competenze interpersonali, come rispettare gli adulti e i pari, rispettare le regole, rispettare le idee e gli interessi degli altri. Valori che aumentano nella fascia di età 3-6 anni. Altri obiettivi educativi ritenuti importanti sono le competenze emotive, quali comunicare e regolare le emozioni e provare empatia, e gli atteggiamenti positivi nell’apprendimento, quali l’apertura al nuovo, la perseveranza, la fiducia in se stessi.
«Il fatto che genitori ed insegnanti la pensino allo stesso modo dimostrano che i servizi stessi hanno una forte influenza sulle famiglie, hanno una forte responsabilità nell’orientare i genitori in quello che pensano sia importante per i figli», spiega Susanna Mantovani, responsabile scientifico dell’unità italiana del progetto Care.

Integrazione ok
«Rispetto agli altri paesi esaminati», spiega ancora Susanna Mantovani, «siamo indietro nell’importanza data alle competenze motorie e all’attività fisica. Siamo invece messi abbastanza bene (a livello di rappresentazioni e non di pratiche) nell’attenzione e interesse per la diversità. In Italia su un concetto generale di inclusione siamo avanti, in particolare nei confronti di bambini con disabilità. Sul concetto di conoscenza e implementazione di programmi che vadano bene per la diversità culturale non siamo invece così avanti. I Paesi nordici per esempio lavorano sul plurilinguismo. Noi abbiamo eccezioni ma siamo un po’ indietro».


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