Famiglie e studenti

Non solo istruzione, ai nostri alunni serve prima un’educazione generale alla convivenza

di Flavia Foradini

Il nuovo Rapporto Ocse Pisa appena pubblicato («Pisa Low performing students») pone in risalto ancora una volta come i quindicenni italiani siano tra gli studenti più assenteisti (secondi solo agli argentini). Gli analisti mettono altresì in evidenza come gli esiti in matematica siano più bassi là dove si assommano molte assenze dalle lezioni. Ancora l’Ocse certifica per i nostri ragazzi carenze anche rilevanti nelle competenze di base in lettura, matematica e scienze (nonostante qualche miglioramento).

Il rispetto delle regole
Pur con le dovute differenze, anche molto vistose, tra prassi ed esiti scolastici nelle diverse Regioni; tra contesti più o meno disagiati; tra sfondi autoctoni oppure migratori, sorgono spontanee alcune riflessioni di carattere generale sul collegamento tra frequenza assidua e prestazione scolastica.
Se, come accade sempre più spesso, già all’inizio della scuola secondaria superiore, i quattordici-quindicenni mostrano una sempre più massiccia tendenza alle cosiddette assenze strategiche, usate come mezzo per scansare verifiche scritte e orali programmate, allora qualcosa non è andato per il verso giusto prima, a monte: alle scuole medie, alle scuole elementari, alla materna e forse ancor più, a casa. È a dire: nel corso di molti anni, i bambini e poi gli adolescenti non hanno acquisito senso di responsabilità, rispetto delle regole, capacità di affrontare le avversità, considerazione degli altri - pari o superiori che siano. In una vasta platea di studenti italici, paiono insomma mancare i fondamentali di un’educazione generale alla convivenza, che vengono ben prima della matematica, della lettura o delle scienze, e senza i quali non è possibile una formazione scolastica adeguata ai bisogni della vita adulta.

Assenze «strategiche»
Un’assenza strategica significa infatti evitare di mettersi alla prova e di sottoporsi ad una valutazione, e al contempo mette nei guai i compagni di classe, visto che mancherà il candidato del giorno all’interrogazione, ovvero l’insegnante sarà costretto ad occupare lezioni successive con verifiche nuove ma di pari difficoltà, da somministrare al singolo o al gruppetto che aveva preferito non presentarsi nella data stabilita. Ma soprattuto significa non aver assimilato l’assunto ineludibile che l’istruzione è un fatto da gestire ed agevolare da ciascuno in prima persona e che la scuola è innanzitutto una palestra di vita, dove i fallimenti possono essere recuperati, dove i compiti da svolgere sempre più autonomamente crescono a poco a poco in complessità, consentendo, se l’approccio alla formazione è onesto, di evolversi in positivo e maturare consapevolezza sulle potenzialità da sviluppare e i punti deboli da migliorare. Arrivare a scuola perennemente con un quarto d’ora di ritardo o addirittura alla seconda ora, o mancare in precisi giorni, e farlo per anni, significa anche portarsi fin dentro al mondo del lavoro quel modo di approcciare le difficoltà, causando disagi a colleghi e azienda.

No alla cultura della scorciatoia
Il problema presenta preoccupanti aspetti sistemici e ha a che fare più con l’educazione di base che con l’istruzione. Ma se non si vuole che la cultura della scorciatoia, platealmente vissuta da troppi personaggi pubblici, si radichi nelle nuove generazioni, allora genitori, educatori, politici, devono ripartire dai primi passi: dai no detti pacatamente ma fermamente quando è necessario; dal chiedere che un compito per quanto piccolo vada svolto secondo tempi e modi; da sanzioni commisurate a età e situazione e davvero comminate; da un sostegno affettuoso alla sopportazione delle contrarietà, per acquisire via via la resilienza necessaria a superare fastidi, sgradevolezze, problemi, sfide.


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