Personale della scuola

Articolo 18 e pubblico impiego, quando già oggi la reintegra non è sempre la regola

di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci

Ve la ricordate la storia delle centinaia di vigili urbani “assenteisti” del comune di Roma il 31 dicembre scorso? A quasi un anno di distanza non è arrivato ancora alcun licenziamento, ma solo una manciata di sanzioni conservative. Anche per i “furbetti del cartellino” del comune di Sanremo (che timbravano in mutande, o si facevano sostituire da un collega) i procedimenti disciplinari stentano a decollare e a produrre sanzioni esemplari. Un paradosso, visto che in qualsiasi azienda privata, simili illeciti disciplinari, avrebbero fatto scattare subito l'atto di recesso da parte del datore. Nel pubblico impiego, a quanto pare, no.

Il nodo dei procedimenti disciplinari
Il punto è che nella Pa l'iter burocratico che porta al licenziamento è piuttosto complesso; e anche il dibattito su vecchio/nuovo articolo 18 è tutt'altro che sopito, come hanno dimostrato le reazioni a seguito della sentenza della Cassazione di qualche giorno fa (si veda l'anticipazione del Sole24Ore del 1° dicembre) che ha ritenuto applicabile la legge Fornero anche ai “travet”.

Resta il divario pubblico-privato
Il ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, ha subito precisato che nella Pa valgono le vecchie regole, e i tecnici di palazzo Vidoni, in sede di attuazione del nuovo Testo unico sul lavoro pubblico, stanno pensando a una norma interpretativa che escluda tutta la Pa dalle tutele crescenti, di fatto confermando l'applicazione dell'articolo 18 ante Fornero, nella versione, cioè, originaria dello Statuto. In pratica non cambierebbe nulla rispetto a oggi, in barba ai propositi riformisti annunciati a più riprese dal ministro Madia. E così nuovo articolo 18 per i lavoratori privati/vecchio articolo 18 per quelli pubblici, che dunque conserverebbero la tutela reintegratoria piena in ogni ipotesi di invalidità del licenziamento anche per motivi puramente formali.

Le sentenze dei giudici
Congelare, con una norma interpretativa, questa situazione, lascerebbe intatto l'attuale divario tra lavoro privato e lavoro pubblico, lasciando ai magistrati spazio per sole sentenze che cumulano reintegrazione e risarcimento, con gli effetti deterrenti che ben si conoscono nei confronti dei dirigenti (esposti al rischio di dover risarcire il danno erariale conseguente). E le casistiche, anche “eclatanti”, non mancano. Come per esempio quella del “pompiere rapinatore”, raccontata dal giuslavorista Pietro Ichino nel suo ultimo libro Il lavoro ritrovato (maggio 2015), dove il tribunale del lavoro di Siena ha reintegrato un vigile del fuoco colto in flagranza mentre compiva una rapina a mano armata nei confronti di una banca con la motivazione che una “rapinetta” si può tollerare, per una volta sola, se a commetterla è un dipendente pubblico incensurato. Ma la magistratura, in questi ultimi mesi, ha pronunciato sentenze di reintegra anche in casi di meri vizi nella procedura di licenziamento (tribunale di Teramo di ottobre 2015, n. 858) e, pure, in caso di “spoporzione” dell'atto di recesso (qui per il tribunale di Parma, maggio 2014, n. 177 la mancata copertura di un turno pomeridiano da parte di un dirigente medico, impossibilitato nel rispondere al cellulare perché bloccato dal nipote, non è considerato un fatto idoneo a far scattare validamente un licenziamento…).

I casi in cui è stato accordato il solo risarcimento
In realtà già oggi una giurisprudenza di merito che apre alla sanzione monetario in caso di atti di recesso illegittimi. Per esempio, una pronuncia del tribunale di Genova di marzo 2015 e un'altra del tribunale di Santa Maria Capua Vetere del 2 aprile 2013 affermano che in caso di declaratoria di illegittimità del licenziamento per motivi procedurali non scatta la tutela reale, ma l'indennizzo. «E questa - spiega Sandro Mainardi, ordinario di diritto del Lavoro all'università di Bologna - potrebbe essere la strada da seguire nell'ambito della riforma Madia, che deve naturalmente cercare un punto di equilibrio tra la necessità di evitare l'erogazione di risorse pubbliche a titolo di risarcimento nel caso di licenziamenti sbagliati dalla Pa, ed esigenze di tutela del buon andamento della stessa amministrazione, impedendo che lavoratori gravemente inadempienti, o addirittura rei di illeciti penali, facciano rientro in amministrazione a seguito di licenziamenti annullati solo per vizi di procedura».

L’esperto: solo indennizzo per mere violazioni procedurali
In particolare, sfruttando l'indicazione ancora presente nella legge Fornero (di armonizzare privato e Pa) la via, aggiunge Mainardi, «potrebbe essere quella, di sicuro equilibrio costituzionale, di mantenere la tutela reintegratoria in caso di licenziamenti discriminatori e quando i fatti contestati siano insussistenti o meritevoli di sanzione solo conservativa; accedendo invece alla tutela solo indennitaria del dipendente laddove, sussistendo l'illecito e la sua gravità, il licenziamento presenti solo vizi formali o di procedura. In tal modo l'indennizzo, da collegare ad un minimo e ad un massimo, troverebbe spiegazione nella necessità di risarcire il danno patito dal dipendente per la compromissione del diritto a fornire le proprie giustificazioni, magari disponendo l'eventuale recupero della somma in capo al dirigente che abbia condotto malamente o con colpa grave il procedimento disciplinare, e quindi a titolo di responsabilità amministrativa; ma verrebbe così garantita e tutelata la posizione dell'amministrazione (e degli utenti) a non dover sopportare il grave costo (economico-organizzativo ma, in taluni casi, anche sociale) del rientro in organico di chi commette gravi illeciti a danno della Pa».


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